giovedì, febbraio 02, 2012

Il cuore umano è un guazzabuglio

Di lo Scorfano:

Il signor S. non è esattamente un mio amico: più che altro è un conoscente, un amico di amici che io vedo e frequento soltanto in compagnia di questi ultimi. Il signor S. è un libero professionista, piuttosto noto da queste parti, ed è un grande evasore fiscale. Lo dice lui stesso, ad alta voce: «Se pagassi tutte le tasse, non potrei nemmeno tirare avanti». Benché, pensandoci bene, è abbastanza ovvio che il suo concetto di «tirare avanti», come capirete presto, non coincida affatto con il mio.
Il signor S. è un uomo, secondo me, straordinario. Coltissimo, grande intenditore di arte e di cinema, lettore voracissimo e dai gusti molto raffinati, starlo a sentire quando parla di questi argomenti (e lo fa spesso) è un vero piacere. Da lui ho imparato tante cose, grazie a lui ho letto libri molto belli e compreso film che da solo non avrei mai capito. E il signor S. è anche di sinistra, assolutamente di sinistra, da sempre. Le critiche più feroci (e meglio articolate) al sistema di potere politico e mediatico berlusconiano, in questi anni, le ho sentite da lui; e le ho apprezzate e spesso le ho fatte mie. Il signor S., libero professionista ed evasore, ha litigato con quasi tutti, in paese, a causa della politica: con tutti i berlusconiani e con tutti i leghisti (cioè con la totalità delle persone, più o meno), senza mai tirarsi indietro e sempre avendo ragione, secondo me.
Un giorno, quando eravamo seduti vicini a una cena, il signor S. si è fatto serio e mi ha chiesto: «Ma tu, quanto guadagni esattamente a fare il professore?» Io gli ho detto la cifra del mio netto mensile (tasse escluse), lui ha scosso la testa e mi ha detto: «Io, in una sola mattina, guadagno di più».
Invece, un'altra volta, mi ha detto: «Se io fossi in te, mi incatenerei davanti i cancelli della scuola e non mi muoverei finché non mi raddoppiano lo stipendio». E un'altra volta ancora mi ha detto: «Non ha senso che tu faccia il mestiere che fai... Con il talento che hai, con le capacità che hai, dovresti guadagnare dieci volte tanto». Io l'ho ringraziato della stima, e poi ho cambiato discorso.
Qualche anno fa, vi ricorderete, per un errore di non so chi, molte dichiarazioni dei redditi italiane sono finite on line e con poco sforzo chiunque poteva consultare. Io confesso che lo feci: trovai il documento e andai a guardare alcune cifre, di persone che conoscevo. Andai anche a guardare il reddito che dichiarava il signor S. e, quando lo vidi, rimasi senza fiato e senza parole. Perché la cifra annuale lorda dichiarata era di un paio di migliaia di euro inferiore alla mia.
Il signor S. è l'unica persona che conosco al mondo che una sera ha notato che c'era un ragazzo magrebino che dormiva in un angolo di una strada, sotto un cartone. Il signor S. lo ha chiamato toccandolo con un dito, gli ha chiesto come stava, se aveva fame o freddo, e poi se l'è portato a casa. Gli ha dato da mangiare e da dormire e lo ha tenuto in casa per quasi un mese, portandolo alle mostre  e al cinema, e a volte ospitando anche alcuni suoi (del magrebino) amici di passaggio. Poi ha scoperto che il ragazzo aveva moglie e un figlio piccolo e, tramite sue conoscenze (notate anche questo termine, per favore: conoscenze), è riuscito nel giro di qualche mese a fargli avere il permesso di soggiorno, un lavoro, e a far venire qui in Italia anche la moglie e il figlio. E poi gli ha trovato anche un appartamento in affitto a un prezzo molto vantaggioso, grazie ad altri amici del paese vicino.
E, badate bene, il signor S. non è affatto una figura retorica: è un uomo in carne e ossa, un uomo gentile e generoso (soprattutto molto gentile, sempre e con tutti), con una moglie e tre figli ormai già grandi, con una villa con piscina vista lago e un garage con tre macchine molto costose e molto belle (che mi presterebbe volentieri, se ne avessi bisogno: ma io non ne ho mai bisogno): è uno che esiste, insomma, uno che c'è nella realtà. Però, è stato quando ho visto la villa, la piscina e le macchine, che ho capito che il suo «tirare avanti» è diverso dal mio, come concetto.
Ma tutto quello che ho finora scritto sarebbe nulla (chissà quanti ne conoscete voi, di persone così...), se non ci fosse un ultimo episodio, che è poi quello che dà senso al post, secondo me. Non molto tempo fa, in compagnia, si parlava delle regole e degli italiani che non le rispettano. Si faceva il solito discorso (un po' generico e stancante) sulla differenza tra noi e i paesi scandinavi eccetera. E allora io ho detto una cosa che mi sta parecchio a cuore, ultimamente, e che non trova mai nessuno d'accordo con me (anche voi mi avete corretto, quando l'ho scritto qui). E cioè ho detto che io credo che gli italiani non saranno mai scandinavi né tedeschi (e ho anche pensato "per fortuna", lo confesso); e che quindi noi non avremo mai quel senso delle regole che hanno gli altri, e non me ne stupisco. Ma mi stupisco molto, invece, del fatto che siamo anche diventati poco gentili, sempre aggressivi, prepotenti, egoisti e sgarbati. E che chi si ferma davanti alla strisce pedonali per far passare un pedone, lo fa o per rispetto delle regole o per semplice gentilezza; e che, senza assolutamente disprezzare le regole, ci mancherebbe, a me basterebbe che noi fossimo semplicemente gentili, come mi pare (ma forse mi sbaglio) che una volta fossimo. E poi ho smesso di parlare. E a quel punto è intervenuto il signor S. e mi ha detto a brutto muso (con durezza, davvero): «No».
Mi ha detto: «È dalle regole che si parte, è dalle strisce pedonali e dai limiti di velocità. Finché non pretenderemo il rispetto delle regole, non c'è gentilezza che tenga, altro che cazzi: l'unica cosa che conta è il rispetto delle regole!» E poi si è rimesso a mangiare e a parlare di altro.
E io sono rimasto lì, stupito e senza parole. Magari aveva ragione, ovviamente, ma non è questo il punto. Io nel frattempo pensavo alle sue dichiarazioni dei redditi e alla sua generosità e alla sua cultura e poi ancora alle sue dichiarazioni dei redditi e giuro che non mi capacitavo. E mi è venuto in mente Manzoni, quando a proposito del padre di Gertrude, futura monaca di Monza, scrive (bene, come lo sa scrivere lui) che è il cuore umano è un guazzabuglio, non c'è niente da fare. E pensavo a quella frase e ho ricominciato a mangiare anch'io, scuotendo un poco la testa e trattenendo un sorriso che forse il signor S., che pure è un gran conoscitore del mondo e del romanzo manzoniano, non avrebbe capito.

mercoledì, febbraio 01, 2012

Dove eravate tutti (mentre si uccidevano le speranze di una generazione)

Ho finito ora di leggere il libro "Dove eravate tutti" di Paolo Di Paolo, autore nato nel 1983 (consiglio a tutti di leggerlo, è davvero bellissimo).
Nel libro (in un punto che a essere onesti non è proprio il centro del romanzo) il protagonista immagina che un giorno verrà chiesto "dove eravate tutti?" mentre accadevano cose gravissime (tipo lo scioglimenti dei ghiacci ai Poli).
Credo sia una domanda che la generazione dell'autore possa fare alla mia. Non che ci sia una grande differenza di età tra i nati negli anni 70 o negli anni 80, ma c'è una differenza profonda nel tipo di vita che si prospetta.
La mia è stata l'ultima generazione del posto fisso, dei lavori che permettono di costruirsi una famiglia, delle garanzie. Quando noi ci siamo affacciati al mondo del lavoro iniziava l'abitudine del precariato, dell'utilizzo della forza lavoro concepita come risorsa e non come persona con una sua naturale evoluzione. Noi abbiamo visto iniziare tutto ciò. E abbiamo pensato bene di occupare gli ultimi posti sicuri. Lontanissima l'idea di unirci e lottare per cambiare le cose, i più preparati e più forti di noi si sono guardati intono, han visto i loro coetanei totalmente indifferenti a ciò che stava accadendo, hanno affilato le armi e combattuto per ritagliarsi una loro sicurezza. Era sotto gli occhi di tutti che non c'era un progetto giusto ed equo, che si stava cercando di occupare gli ultimi posti dal lato dei fortunati. D'altronde era l'ultima chance di avere un lavoro che permettesse di realizzarsi, di poter stare sereni, di poter mantenere una famiglia pensando di avere dei figli. Avevamo trent'anni quando la chance si è presentata, era già quasi tardi. Chi poteva permettersi il lusso di pensare ai massimi sistemi? Era l'unica scelta che appariva plausibile. E oggi siamo spaccati in due. I più fortunati di noi stanno oggettivamente bene (anche se meno bene dei più fortunati delle generazioni precedenti). Non ci sono molte chance aperte, però non si sta poi male. Soprattutto si ha la sensazione di averla scampata per un pelo.
Perché davanti c'è la lunga fila dei trentenni di oggi ai quali non è nemmeno concesso di avere ciò che abbiamo avuto noi.
Siamo (io e i miei coetanei) colpevoli di connivenza verso il più grande furto della storia. Abbiamo permesso che il sistema si reggesse sul furto dei sogni di un'intera generazione. Con un cinismo che la storia non ci perdonerà assistiamo impotenti e imbelli a una società che chiede a un numero enorme di giovani di rinunciare alla serenità e alla possibilità di sognare perché non ci sono più risorse, non ci sono più posti. A quelli che ci provano vien detto di non lamentarsi che son già fortunati che non fan la fame e hanno un tetto sulla testa (il tetto è dei genitori che sono ben felici di offrirlo). Assistiamo a una società che mente promettendo un'infinita giovinezza e un futuro radioso in cambio di un presente mediocre. Fingiamo tutti di non vedere che il tempo passa e che in Italia i bambini si fanno (quando si fanno) solo all'ultimo momento utile quando l'orologio biologico batte inesorabile gli ultimi rintocchi. Assistiamo a una società che dice "se vuoi essere felice vai altrove", incapaci di portare qui l'altrove, incapaci di rompere la catena delle palesi ingiustizie. Assistiamo a una società che finge di non vedere che mentre si nega l'esistenza di risorse se ne sprecano infinite nell'ignavia generale.
Con un cinismo che la storia non ci perdonerà assistiamo impotenti e imbelli a una società in cui invece di creare insieme un nuovo progetto politico per cambiare ci si scanna e si urlano insulti liberatori e inutili, si gioca a essere indignati ma non ci si chiede cosa si possa fare di concreto.
Arriverà il giorno in cui ci verrà chiesto conto di tutto ciò e, onestamente, non so se quel giorno non dovrò vergognarmi anch'io.

1 febbraio

Oggi è l'1 febbraio. Oggi inizia una collaborazione col ministero della pubblica istruzione annunciata con un bando. Sono tra coloro che hanno partecipato al bando. Nessuna risposta. Dato che oggi era il giorno in cui si sarebbe iniziato deduco che sia stato scelto qualcun altro. La cosa che mi dà fastidio è che non si sia fatto sapere nulla. Ho spedito un'email, nemmeno un riscontro per dire "ok, candidatura ricevuta" o "abbiamo scelto un altro perché ha un curriculum migliore".
I bandi pubblici sono così, il prescelto viene avvisato, gli altri intuiscono che non sono i prescelti.
Mi sembra tutto molto irrispettoso delle persone. E chi non rispetta non può pretendere di essere rispettato.

martedì, gennaio 31, 2012

Alla prima nevicata, ogni anno...

Alla prima nevicata, ogni anno, si sentono i commenti sul fatto che il riscaldamento globale non esiste visto che sta nevicando. Pensavo (che ingenuo che sono) che quest'anno, visto che ha fatto un caldo assurdo tutto dicembre e anche l'inizio di gennaio, ci saremmo risparmiati questa cosa. Mi sono sbagliato. Mi permetto di provare a far notare l'evidenza del riscaldamento globale con alcune immagini tratte da Wikipedia:


Un taglio ai costi della politica

Un taglio ai costi della politica: ridotto lo stipendio dei Parlamentari, passaggio al sistema contributivo (quello che vale per tutti i cittadini) e migliore regolamentazione delle spese per gli assistenti. Inoltre si è messo un limite agli stipendi dei manager di Stato. Si dirà che sono piccole cose (anche se 1300 euro lordi in meno non mi sembra proprio poco), ma è con piccoli passi che si percorrono le grandi distanze. 
Al di là dei bei discorsi, solo questo Governo e il Governo Prodi hanno diminuito gli stipendi dei politici o dei manager pubblici, gli altri hanno solo fatto discorsi astratti.

Chi dà lavoro ai clandestini

Concordo con Pippo Civati:

Prosegue la #scontrinoweek, e dai controlli nel mondo della notte di Milano emergeche “nero chiama nero”: chi non fa lo scontrino (e pare si tratti di uno su tre, e non venitemi a dire che ci sono gli studi di settore, perché pare tarocchino pure quelli), poi magari nel retro ha il ‘clandestino’ che lavora.
Un ‘clandestino’ che ancora una volta si vede benissimo e che sarebbe meglio chiamare “lavoratore straniero in nero” (il gioco di parole potrebbe prestarsi ad equivoci, ma non fateci caso: non è il momento di fare gli spiritosi).
Il ‘clandestino’ è abile: si introduce nelle cucine furtivamente, nottetempo pulisce piatti e porta fuori la spazzatura, sotto mentite spoglie lavora gomito a gomito con il principale che gli dà del tu. E che lo prende a lavorare con sé non per via del cosmopolitismo dei locali della movida, ma perché lo paga meno e perché il ‘clandestino’, per sua natura, non compare nei documenti contabili.
Ecco, da questi controlli si capiscono molte cose. E si fa un po’ di luce sulla notte in cui tutti i clandestini sembrano tali, ma qualcuno di sicuro li vede, li sceglie e se ne approfitta. Penalizzando tutti, italiani e stranieri.
Invece di invasione, in questi anni, avremmo fatto meglio a parlare tutti di evasione. E avremmo risolto parecchi problemi. Quasi tutti.

La felicità davvero

Di lo Scorfano:

Quando entro in classe, in seconda, c'è una ragazza che piange, da sola in un angolo. Non so bene cosa dire ovviamente: allora faccio un segno alla sua compagna di banco e le dico (ma solo a gesti, quasi senza parlare): «Prendila e accompagnala fuori». Lei si alza, le due ragazze escono, la porta si chiude alle loro spalle e davanti ai nostri occhi un po' stupiti, i miei e quelli degli altri ragazzi (cinquanta occhi esclusi i miei, per la precisione). Allora chiedo se qualcuno sa cosa sia successo (e penso magari a un brutto voto nell'ora precedente) e una voce non identificata mi dice: «Ha litigato con il suo ragazzo, stamattina». Io smetto di scrivere sul registro e dico, un po' a voce alta, un po' parlando con me stesso: «Ah, l'amore... Vi farà soffrire alla vostra età, l'amore...» E poi sarei pronto per cominciare la lezione.
Ma una mano si alza e uno sguardo si rabbuia un po', lo vedo bene. E la voce (maschile) mi dice: «Ma dopo non si soffre più, per amore?» «Mah, dico io, si soffre sempre in realtà. Magari si soffre per altre cose, magari a un certo punto si trova anche, l'amore... Io l'ho trovato, per esempio». Ed è forse quest'ultima osservazione che li mette in allarme; un'osservazione molto personale, in effetti. E un'altra voce (femminile) mi dice: «E quindi adesso è felice?» Io sorrido. Poi dico: «Sì, per quanto riguarda l'amore sono felice... Poi ci sono anche altre cose, è ovvio. La salute, il lavoro, gli amici, i genitori che invecchiano, i soldi, la squadra del cuore che perde... (qualcuno ride) I pensieri non mancano mai, le lacrime servono sempre». «Ma c'è un periodo della vita in cui lei è stato davvero felice?» Ed è sempre la stessa voce che chiede, quella femminile; e allora io mi fermo, poso la penna sulla cattedra e li guardo. E provo a dire (badate bene: ci provo, che non è mica che uno ha queste risposte pronte, nella sua vita un po' felice un po' turbata); provo a dire:
«Be', dipende. Ci sono momenti, periodi, mesi e giorni di felicità. Però ci sono anche problemi e fastidi e rotture e compiti da svolgere e doveri e tutto quello che già c'è nelle vostre vite, di adesso. Non è che a vent'anni sarete felici, o a trenta o a quaranta. Si è felici sempre come si hanno problemi sempre; si è felici se si riesce a dare peso e importanza a quello che si ha, per esempio, a non desiderare troppo di altro, senza per questo smettere di desiderare qualcosa, che anche questo, in certo modo, è felicità. Ma "felicità" è una parola astratta, un contenitore vuoto, siamo noi (siete voi) che dobbiamo riempirlo di cose concrete: che sono le nostre giornate, i nostri affetti, le cose che facciamo che ci vengono bene, quello che sappiamo migliorare, i progetti a cui abbiamo la voglia e la forza di dedicarci. E quindi no, insomma: non c'è un periodo della vita in cui si è più felici che in un altro. Voi siete giovani e dovreste essere felici già solo di questo, di tutto il futuro che avete davanti. Ma lo so che non basta; lo so che volete dell'altro. E anch'io voglio dell'altro. Tutti vogliamo dell'altro. E già questo basta a renderci non perfettamente felici. Però, ragazzi, si può essere in parte felici e soprattutto dare rilievo a quella parte per cui si sta bene, sapendo che è qualcosa, più di qualcosa, sapendo che forse è già molto...»
E insomma, io sono lì, in discreta confusione (l'avete capito), che cerco una risposta che abbia un senso e che non sia né una visione fiabesca né un quadro inutilmente tragico, sono lì che annaspo dentro le mie parole mentre le due ragazze che erano uscite rientrano e la prima non piange più e l'altra le fa un pizzicotto sulle braccia e lei sorride pure. E allora mi viene in mente una cosa, a cui forse non avevo mai più pensato; ma che forse mi era sempre rimasta lì, nella testa, nascosta in chissà che angolo.
Mi viene in mente che da ragazzino giocavo al pallone nel prato vicino a casa mia, con i miei amici del quartiere. Erano gli anni della scuola media, avrò avuto dieci o undici anni. Ma io non ero capace a giocare a pallone, sempre stato negato. Facevo quello che potevo, ma era troppo poco e i miei amici spesso se la prendevano con me per un passaggio sbagliato o un mancato controllo ed ero sempre tra gli ultimi a essere scelto dai «capitani» e questo mi faceva soffrire. E poi, mi ricordo, ci fu un giorno che eravamo in pochi e mancavano proprio quei tre o quattro ancora più scarsi di me, quelli che normalmente erano relegati in porta, tanto erano scarsi. E toccò quindi a me, quel giorno, andare in porta. E io vivevo male quella cattiva sorte: un po' perché era il segno del mio pochissimo talento, un po' perché mio padre era stato, da giovane, un portiere. Piuttosto bravo, tra l'altro. E mi raccontava spesso delle sue imprese sportive, e io sapevo che ero un po' una delusione calcistica, come figlio: perché giocavo molto male, e in porta peggio che in difesa.
M;a quel giorno fu diverso, non so perché. Mi ricordo che quasi subito ci fu in tiro forte, di uno di quelli bravi (si chiamava Massimo), una palla violenta di cui io avevo avuto paura, appena l'avevo vista partire. Ma mi ero messo in traiettoria e, non so come, l'avevo presa, anche se mi aveva fatto male alle braccia. E i compagni di squadra mi avevano dato pacche sulle spalle, mi avevano detto «Bravo». E poi ci furono altri tiri e colpi di testa e attaccanti soli davanti a me e io che mi buttavo per terra, tra le loro gambe, saltavo verso la traversa, e paravo tutto, non so come, non so per quale miracolo, forse perché mi sentivo bene, perché ero bravo, perché gli altri mi guardavano pensando che fossi bravo.
E poi la partita finì, qualcuno portò via il pallone, io avevo parato quasi tutto e avevamo vinto nettamente e allora mi misi a correre, verso casa. Perché dovevo dirlo a mio padre. Dovevo raccontargli subito di quelle parate, di come mi buttavo e deviavo la palla oltre la traversa o al di là del palo. E correvo per le scale, i soliti tre piani, e facevo i gradini due alla volta e volevo dire tutto subito a mio padre, che era appena rientrato dal lavoro. Ed ero contento che tra pochi secondi sarebbe successo.
Ecco, insomma, quel momento lì. Quello sulle scale. Quei gradini senza fiato.
Insomma sì: in quel momento, ora me lo ricordo, io credo di essere stato davvero felice, perfettamente. La felicità perfetta, limpida e senza ombre. Mentre correvo per dire una cosa a mio padre. Ed ero, mi pare di poterlo dire, felice davvero.
Ma poi, ai miei ragazzi, non l'ho detta questa cosa. Sono stato zitto, e anche loro non hanno più parlato: abbiamo fatto la nostra lezione di storia, sui cesaricidi. Ho avuto paura che ci rimanessero male, vi dico la verità. Magari mi avrebbero chiesto com'era andata la partita successiva e io avrei dovuto dire loro che la partita successiva ero andato di mia spontanea volontà a fare il portiere e avevo preso una decina di gol. E così quella dopo ancora. Perché non ero mica un bravo portiere, era stato solo un caso. E mi pareva brutto dire loro che la felicità davvero esiste solo per un attimo, mentre perdi il fiato sulle scale e poi non la ritrovi più. Non mi pareva il caso, e quindi sono stato zitto.

Quanto pesa un fiocco di neve?

"Dimmi, quanto pesa un fiocco di neve?",
chiese il gufo alla colomba.
"Meno di niente", rispose la colomba.
Il gufo allora raccontò alla colomba una storia:
"Riposavo sul ramo di un pino, quando cominciò a nevicare.
Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi...
Siccome non avevo niente di meglio da fare,
cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo.
Ne caddero 3.751.952.
Quando piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.751.953esimo,
meno di niente, come hai detto tu,
il ramo si ruppe...".

domenica, gennaio 29, 2012

Caccia a evasori e a lavoratori clandestini a Milano

Nuovo blitz delle forze dell'ordine contro l'evasione. Questa volta a Milano. Boom degli scontrini, riscontri di gravi irregolarità e scoperti diversi lavoratori in nero (alcuni clandestini). Salvini della Lega definisce l'operazione una buffonata. Gli brucia vedere che un governo senza la Lega e un sindaco di sinistra riescono a beccare chi fa lavorare illegalmente i clandestini. A lui poi cosa resta da fare a parte strillare scemenze?

sabato, gennaio 28, 2012

I soldi recuperati all'evasione ridurranno le tasse

Il Governo destinerà i soldi frutto della lotta all'evasione fiscale (che si stima possano essere 63 miliardi, più di 1000 euro ogni Italiano) per ridurre le tasse che paghiamo:
Obbligo di destinare ogni anno quanto recuperato dal contrasto all'evasione fiscale per la riduzione delle tasse. Una norma di principio, nuova e rivoluzionaria, potrebbe spuntare nella delega fiscale che il governo Monti si appresta a presentare. E aprire così, dopo rigore e crescita, puntualmente tradotte nei decreti Salva-Italia e Cresci-Italia, la "fase tre", tutta dedicata all'equità. Una sorpresa gradita ai contribuenti onesti che pagano le tasse. I frutti potrebbero essere visibili presto, già entro l'anno per le feste natalizie, o più probabilmente nel 2013, quando parte del "tesoretto" recuperato con una sempre più intensa e visibile lotta all'evasione ritornerebbe nelle tasche degli italiani, almeno di quelli più bisognosi e a basso reddito. L'ipotesi, allo studio del governo, si sostanzierebbe in una norma di principio da inserire nella famosa delega fiscale da 20 miliardi, eredità della manovra di agosto di Tremonti. Accanto dunque al riordino mirato di agevolazioni e detrazioni - non sarà una rasoiata orizzontale, assicura il ministero dell'Economia - sostenuto dall'aumento dell'Iva a partire dal primo ottobre prossimo (due punti in più), l'ipotesi sarebbe quella di destinare almeno 10-15 miliardi (qualora l'incasso del gettito recuperato lo consentisse) alla riduzione del primo scaglione di Irpef dal 23 al 20%. Oppure di rimpolpare specifiche detrazioni per famiglie, lavoratori e pensionati. 
Quanto stiamo effettivamente recuperando dalla lotta all'evasione? La risposta è meno lineare di quanto si creda. Nel quinquennio 2006-2010, ad esempio, la cifra sfiora i 63 miliardi di euro, il 58,5 per cento delle entrate nette totali. 

venerdì, gennaio 27, 2012

È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo

Il giorno della memoria lascio la parola a Primo Levi:

  • Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea. (dalla prefazione a Léon Poliakov, Auschwitz, Veutro, Roma, 1968; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Devo dire che l'esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto. [...] C'è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo.[1] (daFerdinando CamonConversazione con Primo Levi, Guanda)
  • È dell'uomo operare in vista di un fine: la strage di Auschwitz, che ha distrutto una tradizione ed una civiltà, non ha giovato a nessuno. (da Monumento ad AuschwitzLa Stampa, 18 luglio 1959; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Esiste un contagio del male: chi è non-uomo disumanizza gli altri, ogni delitto si irradia, si trapianta intorno a sé, corrompe le coscienze e si circonda di complici sottratti con la paura o la seduzione [...] al campo avverso. (dalla prefazione a Jacob Presser, La notte dei girondini; ora in L'asimmetria e la vita)
  • [I nazisti e i fascisti] Hanno dimostrato per tutti i secoli a venire quali insospettate riserve di ferocia e di pazzia giacciano latenti nell'uomo dopo millenni di vita civile, e questa è opera demoniaca. (da Deportati. AnniversarioTorino, anno XXXI, n. 4, aprile 1955; ora in L'asimmetria e la vita)
  • I "salvati" del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l'esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della "zona grigia", le spie. Non era una regola certa (non c'erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti. (da I sommersi e i salvati)
  • In ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata: uno che porta pena, che tutti deridono, su cui nascono dicerie insulse e malevole, su cui, con misteriosa concordia, tutti scaricano i loro mali umori e il loro desiderio di nuocere. (da La tregua)
  • In questa nostra epoca fragorosa e cartacea, piena di propaganda aperta e di suggestioni occulte, di retorica macchinale, di compromessi, di scandali e di stanchezza, la voce della verità, anziché perdersi, acquista un timbro nuovo, un risalto più nitido. (da Il tempo delle svasticheIl giornale dei genitori, anno II, n. 1, 15 gennaio 1960; ora in L'asimmetria e la vita)
  • In realtà, e nonostante alcune contrarie apparenze, il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. [...] Allo stesso scopo tende l'esaltazione della violenza, essa pure essenziale al fascismo: il manganello, che presto assurge a valore simbolico, è lo strumento con cui si stimolano al lavoro gli animali da soma e da traino. (da «Arbeit macht frei»Triangolo rosso, ANED, novembre 1959; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Kafka comprende il mondo (il suo, e anche meglio il nostro d'oggi) con una chiaroveggenza che stupisce, e che ferisce come una luce troppo intensa. (da Tradurre Kafka, in Racconti e saggi)
  • L'argomento era centrale, e mi sono accorto che Faussone lo sapeva. Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono. Questa sconfinata regione, la regione del rusco, del boulot, del job, insomma del lavoro quotidiano, è meno nota dell'Antartide, e per un triste e misterioso fenomeno avviene che ne parlano di più, e con più clamore, proprio coloro che meno l'hanno percorsa. Per esaltare il lavoro, nelle cerimonie ufficiali viene mobilitata una retorica insidiosa, cinicamente fondata sulla considerazione che un elogio o una medaglia costano molto meno di un aumento di paga e rendono di più; però esiste anche una retorica di segno opposto, non cinica ma profondamente stupida, che tende a denigrarlo, a dipingerlo vile, come se del lavoro, proprio od altrui, si potesse fare a meno, non solo in Utopia ma oggi e qui: come se chi sa lavorare fosse per definizione un servo, e come se, per converso, chi lavorare non sa, o sa male, o non vuole, fosse per ciò stesso un uomo libero. È malinconicamente vero che molti lavori non sono amabili, ma è nocivo scendere in campo carichi di odio preconcetto: chi lo fa, si condanna per la vita a odiare non solo il lavoro, ma se stesso e il mondo. (da La chiave a stella)
  • L'uomo è gregario, e ricerca più o meno consapevolmente la vicinanza non già del suo prossimo generico, ma solo di chi condivide le sue convinzioni profonde (o la sua mancanza di tali convinzioni). (da La tregua)
  • La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le città italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell'Italia fascista costretta all'antisemitismo dalle leggi razziali di Mussolini, avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalità del popolo italiano. (da Al visitatore[2], aprile 1980, in L'asimmetria e la vita)
  • La vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa. (da I sommersi e i salvati)
  • Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Le leggi razziali erano il sintomo di una carnevalata: si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti, per intenderci): rimaneva da vederne quello sciocco. (dall'intervista di Giorgio De Rienzo, In un alambicco quanta poesiaFamiglia Cristiana, n. 29, 20 luglio 1975; ora in Echi di una voce perduta. Incontri, interviste e conversazioni con Primo Levi, a cura di Gabriella Poli e Giorgio Calcagno, Mursia, 1992)
  • Meglio astenersi dal governare il destino degli altri, dal momento che è già così difficile ed incerto pilotare il proprio. (da La chiave a stella)
  • Nelle intenzioni fasciste, [in Italia] la caccia all'ebreo non avrebbe dovuto essere meno accanita che nella Germania alleata, ma è stata ampiamente vanificata dalla sensibilità umana degli italiani, dalla indifferenza politica di allora, e dal discredito di cui il fascismo si era ormai coperto. (da Perché non ritornino gli olocausti di ieri (le stragi naziste, le folle e la Tv)La Stampa, 20 maggio 1979; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Non esistono problemi che non possano essere risolti intorno a un tavolo, purché ci sia volontà buona e fiducia reciproca: o anche paura reciproca. (da I sommersi e i salvati)
  • Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti. (da Un passato che credevamo non dovesse tornare piùCorriere della sera, 8 maggio 1974; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Poiché anche la Natura è conservatrice, portiamo nel coccige quanto resta di una coda scomparsa. (da Cromo, in Il sistema periodico)
  • Quando c'è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l'inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum. (da La tregua)
  • Sarà bene ricordare a chi non sa, ed a chi preferisce dimenticare, che l'olocausto si è esteso anche all'Italia, benché la guerra volgesse ormai alla fine, e benché la massima parte del popolo italiano si sia mostrata immune al veleno razzista. (da Le immagini di «Olocausto» – dalla realtà alla Tv, in Speciale del "Radiocorriere TV", a cura di Pier Giorgio Martinelli, Eri, maggio 1979, p. 2-5; ora in L'asimmetria e la vita)
  • Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. (da Oro, in Il sistema periodico, Einaudi)

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
  • A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.
  • [...] accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.
  • Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c'è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.
  • Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo.
  • Distruggere l'uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.
  • E infine, si sa che sono qui di passaggio, e fra qualche settimana non ne rimarrà che un pugno di cenere in qualche campo non lontano, e su un registro un numero di matricola spuntato. Benché inglobati e trascinati senza requie dalla folla innumerevole dei loro consimili, essi soffrono e si trascinano in una opaca intima solitudine, e in solitudine muoiono o scompaiono, senza lasciar traccia nella memoria di nessuno.
  • Essi [gli altri prigionieri di Auschwitz] popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero.
  • Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.
  • Il sopravvivere senza aver rinunciato a nulla del proprio mondo morale, a meno di potenti e diretti interventi della fortuna, non è stato concesso che a pochissimi individui superiori, della stoffa dei martiri e dei santi.
  • La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito. Si tratta di un prezioso lavorio diadattamento, in parte passivo e inconscio, e in parte attivo [...]
  • La loro vita è breve ma il loro numero sterminato; sono loro, i Musulmänner, i sommersi, il nerbo del campo; loro, la massa anonima, continuamente rinnovata e sempre identica, dei non-uomini che marciano e faticano in silenzio, spenta in loro la scintilla divina, già troppo vuoti per soffrire veramente. Si esita a chiamarli vivi: si esita a chiamar morte la loro morte, davanti a cui essi non temono perché sono troppo stanchi per comprenderla.
  • La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni fibra di uomo, è una proprietà della sostanza umana.
  • Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona «a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto».
  • Oggi è domenica lavorativa, Arbeitssonntag: si lavora fino alle tredici, poi si ritorna in campo per la doccia, la rasatura e il controllo generale della scabbia e dei pidocchi, e in cantiere, misteriosamente, tutti abbiamo saputo che la selezione sarà oggi. La notizia è giunta, come sempre, circondata da un alone di particolari contraddittori e sospetti: stamattina stessa c'è stata selezione in infermeria; la percentuale è stata del sette per cento del totale, del trenta, del cinquanta per cento dei malati. A Birkenau il camino del Crematorio fuma da dieci giorni. Deve essere fatto posto per un enorme trasporto in arrivo dal ghetto di Posen. I giovani dicono ai giovani che saranno scelti tutti i vecchi. I sani dicono ai sani che saranno scelti solo i malati. Saranno esclusi gli specialisti. Saranno esclusi gli ebrei tedeschi. Saranno esclusi i Piccoli Numeri. Sarai scelto tu. Sarò escluso io.
  • Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza: ma è certo che in quell'ora il ricordo dei salvamenti biblici nelle avversità estreme passò come un vento per tutti gli animi.
  • Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti.
  • Quest'anno è passato presto. L'anno scorso a quest'ora io ero un uomo libero: fuori legge ma libero, avevo un nome e una famiglia, possedevo una mente avida e inquieta e un corpo agile e sano. Pensavo a molte lontanissime cose: al mio lavoro, alla fine della guerra, al bene e al male, alla natura delle cose e alle leggi che governano l'agire umano; e inoltre alle montagne, a cantare, all'amore, alla musica, alla poesia. Avevo una enorme, radicata, sciocca fiducia nella benevolenza del destino, e uccidere e morire mi parevano cose estranee e letterarie. I miei giorni erano lieti e tristi, ma tutti li rimpiangevo, tutti erano densi e positivi; l'avvenire mi stava davanti come una grande ricchezza. Della mia vita di allora non mi resta oggi che quanto basta per soffrire la fame e il freddo; non sono più abbastanza vivo per sapermi sopprimere.
  • Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario. (dall'appendice all'edizione scolastica, 1976)
  • Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta.

mercoledì, gennaio 25, 2012

Gli sfogati


Di lo Scorfano
«Dobbiamo iniziare a far passare messaggi culturali nuovi: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni, sei uno sfigato. L'importante è fare qualcosa bene: se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo; essere un secchione non è male».
Queste sono state, nella mattinata di ieri, le parole pronunciate dal viceministro del Lavoro, Michel Martone, alla sua prima uscita pubblica, che hanno fatto il giro della rete e scatenato un po' di osservazioni e qualche polemica passeggera. Ma, a bene vedere, sono parole che veicolano messaggi molto diversi e non tutti immediatamente riconducibili allo stesso concetto. E quindi anche un po' confusi.
Comincio dall'ultimo, che mi pare interessante: «essere un secchione non è male», ha detto il viceministro; che immagino sia uno dei «messaggi culturali nuovi» che egli vuole che «passino» ai giovani. Ecco, vi dico la verità, io sarei più o meno d'accordo. Nel senso che anch'io penso che la retorica del secchione, il quale studia tanto ma vive poco (o male), sia una retorica fasulla, stantia e un po' imbecille. Certo, non vorrei che a questa retorica se ne sostituisse un'altra, ugualmente fasulla e stantia, per cui o sei un secchione o non vali nulla. Diciamo, insomma, che mi piacerebbe che la retorica fosse lasciata all'arte e alle poesie e che invece, quando si parla di lavoro, ci si attenesse ai dati. I secchioni trovano lavoro prima? Guadagnano di più dei non secchioni? E se non lo trovano prima e se guadagnano di meno, perché questo accade? Come è possibile che uno che studia molto non raggiunga gli obiettivi che tale studio gli dovrebbe consentire? Cosa c'è che non funziona? La domanda, tutto sommato, è questa. E la retorica, così come i messaggi nuovi che debbono passare, non risponde alla domanda. Mentre un viceministro, tutto sommato, dovrebbe.
Anche la seconda delle affermazioni contenute nella frase di Michel Martone mi pare ambigua, tutto sommato, e non del tutto pertinente. Non basta infatti «decidere» di frequentare (perdonatemi l'inesattezza: «fare» è un verbo così generico che non me la sento) un istituto tecnico, per essere «bravo». Bisognerà anche frequentarlo con profitto, studiando e imparando. E soprattutto (ed è di questo che io credo il viceministro ci dovrebbe parlare) sarà necessario che tale istituto tecnico risponda effettivamente alle esigenze del mercato del lavoro. Altrimenti sarai pure bravo ma, quando lo finisci, sei esattamente nelle condizioni di quando lo hai iniziato. Senza lavoro e senza prospettive.
Ma io credo che il viceministro volesse intendere, con questa frase, che non è l'istruzione liceale e universitaria la risposta ai nostri problemi di disoccupazione giovanile. E in questo senso sono di nuovo abbastanza d'accordo. Ma mi chiedo (perché mi ci vedo costretto) com'è che da anni, invece, ci lamentiamo del contrario. E cioè del fatto che ci sono pochi laureati, molti meno che nel resto d'Europa, che siamo sotto la media Ocse, eccetera: a questo io credo dovrebbe rispondere il viceministro del Lavoro: di cosa abbiamo bisogno, insomma? Di più laureati, come ci hanno sempre raccontato, o di più diplomati (bravi) all'istituto tecnico? Io, ve lo confesso, questa cosa non l'ho ancora capita.
E poi, in cauda venenum, la frase più discussa di tutte, quella sugli studenti universitari che hanno più di 28 anni. Anche in questo caso, a una prima lettura, io sarei nuovamente quasi d'accordo. Voglio dire, lo sappiamo tutti che le nostre università sono piene di «giovani» (benché, a 28 anni...) che tutto fanno tranne che studiare. Perché le distrazioni sono molte e perché alcuni degli strumenti formativi più in voga (come l'Erasmus) possono essere usati assai male, senza che nessuno dica niente: cioè non per studiare meglio, ma per studiare meno. Evidentemente, tra l'altro, c'è anche qualcuno che mantiene questo «ragazzi» a tali loro «non studi», non so quanto volentieri. E in questo senso mi pare che Martone abbia senz'altro colto un punto, una questione di cui si parla poco.
Ma non ci sono soltanto quelli però, e questo è l'altro punto. Ci sono studenti che lavorano, nel frattempo; magari che lavorano in nero o per pochi euro l'ora; e magari sono anche i più motivati, proprio perché non hanno nessuno disposto a mantenerli fino a trent'anni; e poi ci sono studenti che possono avere avuto problemi familiari o personali, nel frattempo; e ci sono studenti che si sono presi una seconda chance dopo aver sbagliato strada, magari dopo un istituto tecnico e un lavoro insoddisfacente, ci sono anche loro. E una seconda chance non si nega a nessuno, onestamente. Insomma, vogliamo far passare il messaggio degli sfigati che non studiano? Ecco, diciamo che «non studiano», molto semplicemente. Lasciamo perdere l'età e la «sfiga» e tutto il resto, che non sono una discriminante decisiva, nemmeno parzialmente. Diciamo che un giovane iscritto all'università che non studia ha evidentemente sbagliato qualcosa.
Ma non diciamo «sfigati», per favore. Pensiamoci, prima di dare dello «sfigato» a qualcuno che nemmeno conosciamo. Perché, altrimenti, potrebbe venire il dubbio (a qualcuno malizioso, mica a un'anima candida come me) che il professor Martone abbia qualche sassolino nelle scarpe da levarsi con una certa sgraziata foga; che negli anni qualcuno lo abbia chiamato «secchione», o magari appunto «sfigato», e che ora lui si stia sottilmente prendendo una rivincita dallo scranno che occupa con solenne fulgore. Sarebbe umano, lo so, molto umano; ma sarebbe anche patetico (e un po' arrogante e semplificatorio, come tutti gli slogan): categoria, quella del «patetico in cerca di rivincite personali», che non ha nulla a che fare con l'età, per esempio. E che invece investe altre caratteristiche personali ben più rilevanti: come il temperamento e il carattere, per esempio.
Ecco, insomma: volevo soltanto dire questo al professor Martone: a me pare che ci siano alcune valide idee nella sua analisi (quella completa, che trovate qua); che ci siano spunti di riflessione anche interessanti. Ma il tono, quello per cui lui in effetti si è scusato (gliene si dà atto volentieri), il tono è spesso ciò che rivela l'intimo di un uomo, più dei suoi argomenti, anche più di quelli buoni. E il suo tono ricordava troppo da vicino quello dell'ex ministro Brunetta, soprattutto in quell'aggettivo «sfigati», che in bocca a un viceministro, e rivolto a un'intera categoria anonima di persone, io non vorrei sentire mai. A meno che qualcuno, può darsi, non rimpianga proprio l'arroganza naturale dell'ex ministro Brunetta; della quale, gentile Michel Martone, stiamo facendo tutti felicemente a meno. E la ringraziamo per avercene fatto, di nuovo, prendere lieta coscienza.

lunedì, gennaio 23, 2012

Il più bel lavoro del mondo

Di lo Scorfano:

«Ma via, su, che lei fa il più bel lavoro del mondo...!»; o anche, nella variante più confidenziale: «Eh dai, che tu fai il più bel lavoro del mondo...!». E sono complessivamente diciassette anni che mi sento dire questa frase, con qualche variante naturalmente, ma comunque sempre con lo stesso intimo significato. E da persone che fanno tutt'altro lavoro, ovviamente. E in più, per quanto ci sia piuttosto abituato, in questi ultimi mesi pare che la considerazione sia sempre più in voga (sarà la crisi economica, non so), o almeno io me la sento dire sempre più spesso, due volte solo negli ultimi tre giorni, e qualche volta anche qui sul blog, tra i vostri gentili commenti. E dunque?
E dunque mi tocca (visto che il lavoro è proprio il mio) chiedermi che cosa ci sia i così attraente, per gente che fa tutt'altro, nel mio lavoro. E penso ai ragazzi, per prima cosa. Mi immagino che «stare con i ragazzi» sia una delle componenti che più intrigano chi mi ascolta o soltanto mi incontra. Benché, a dire il vero, il mio lavoro è fatto per i ragazzi, ma con altri adulti, che sono i miei colleghi, il mio dirigente, il personale di segreteria e i bidelli. È con loro che io devo «fare squadra», come si suol dire; i ragazzi sono il fine, non la compagnia.
E poi, francamente, più ci penso e meno mi convince questa cosa dello «stare con i ragazzi», che pure ritorna in molte conversazioni. E mi viene il sospetto che il punto sia un altro, forse non del tutto chiaro nemmeno a chi insiste a dirmi che il mio è il mestiere più eccetera. Forse il punto vero è l'interesse, magari condito dalla consueta, e prezzemolissima, «passione».
Provo a spiegarmi. Io credo che chi mi parla e mi sente parlare del mio lavoro si immagini di avere molte cose da dire a un gruppo di ragazzi; e si immagini che siano cose interessanti, che potrebbero affascinare i giovani studenti e che lui avrebbe tanta passione nel dirle e raccontarle; e forse si immagina che frotte di studenti gliene sarebbero grati e che questo darebbe a lui (o a lei) la grande soddisfazione che il suo mestiere, senz'altro più remunerativo, invece gli nega. Ed è forse per questo che, per un attimo, mi invidia e mi dice che il mio mestiere eccetera.
E, se fosse così, mi dispiace, ma dovrei deluderli tutti. Perché è pur vero che ogni tanto accade una delle cose che quel tale (o quella tale) si immagina. E è vero che c'è la passione e talvolta pure l'interesse. Ma accade di rado, proprio una volta ogni tanto (dove «tanto» non è soltanto un modo di dire). Il più delle volte invece non accade niente. Ed è normale e giusto così, tra l'altro. Si fa lezione, si cerca di farla il meglio possibile e con quel po' di passione che si sa trovare in se stessi, si cerca di essere il più chiari e coinvolgenti possibile, si cerca di essere il più corretti possibile nelle valutazioni, e poi la lezione finisce e si torna a casa.
È la quotidianità, insomma. E la quotidianità dell'insegnare, tra l'altro, insegna proprio che non si hanno da dire cose molto interessanti; o almeno che si pensa senz'altro di averle (anche io lo penso, purtroppo, come quel tale e quella tale) ma poi ci si scontra con la realtà fattuale: la quale realtà invece rivela limpidamente che ai ragazzi (quasi tutti) non interessa niente (quasi niente) di quello che a me pare interessante. A prescindere dalle discipline, intendo. Intendo che evidentemente tutto quello che a me sembra di avere da dire di interessante, nella realtà, non è interessante. O almeno non lo è per loro; o lo è per molto pochi e solo sporadicamente. Come, mi immagino, quello che hanno da dire quel tale e quella tale (che un po', ogni tanto, mi invidiano, perché io posso dirlo a due o tre classi di studenti) non interessa per niente alla loro moglie, ai loro figli, ai loro amici.
(Piccola parentesi, un po' marginale: una delle curiosità più frequenti dei lettori dei miei post su questo blog è se i miei studenti sanno o meno che io scrivo. quello che scrivo Me lo chiedono in tanti, sempre; a volte in privato altre volte proprio sul blog, in pubblico. E ogni volta io devo dire che forse i ragazzi lo sanno, ma comunque non gliene importa. Cioè non vengono a leggere. Anche se scrivo di scuola, loro non vengono. Vi sembra strano? A me invece sembra molto sano. Anch'io, da ragazzo, avrei fatto esattamente come loro.)
Ma la verità ultima è forse, come spesso accade, molto più semplice: non diciamo e non abbiamo, nessuno di noi, niente di imperdibile da dire, probabilmente. Alcune cose ogni tanto, quelle sì; alcune idee buone o alcune simpatiche battute, anche quelle può darsi. Ma nel lungo termine siamo poco interessanti, un po' tutti; siamo ripetitivi e parecchio noiosi. E chiunque debba ascoltarci per più di un'ora al giorno dopo un po' si annoia. È normale, insomma. Tocca ammetterlo (chi non lo ammette è in brutte acque, ho paura) e tirare dritto, che ci sono gli impegni, i fastidi, le partite di calcio la domenica, qualche bicchiere di vino buono da bere. Ma saperlo è abbastanza importante, comunque, secondo me.
E, se è vero che è proprio questo il senso di chi mi dice che il mio è il lavoro più bello eccetera, be', allora forse lo è davvero. È il più bel mestiere del mondo, lo confermo e me ne vanto. Perché mi ha insegnato questa cosa, il mio insegnare: mi ha insegnato che illudersi di essere uno che dice cose interessanti e imperdibili per tutti e per tutto il tempo è un gran brutto errore. E sarebbe un bene che tutti, a nostro modo, lo sapessimo; ma soprattutto è bene che lo sappia io, che faccio questo lavoro, che è davvero il più bel lavoro eccetera.

Terremoti

Chiunque metta piede ad Assisi può vedere come è stata ricostruita dopo il terremoto. Allora governava Prodi.
Chiunque metta piede a L'Aquila può vedere come tutto è ancora un cumulo di macerie. L'emergenza è stata gestita da Berlusconi e Bertolaso. Non sono stati spesi pochi soldi a L'Aquila, la differenza è che chi ha deciso come spendere i soldi ha avuto come unica preoccupazione gestire l'immagine di Berlusconi e se ne è fregato della città e dei suoi abitanti. Leggendo le intercettazioni e l'inchiesta di Repubblica emerge un quadro drammatico. Un quadro confermato da questo articolo del Corriere:
Sei mezzi per lo sgombero e la rimozione delle macerie, donati dalla Fiat alla Protezione civile a maggio del 2009, non sono mai arrivati a l’Aquila o nei territori colpiti dal terremoto. E nessuno sa ufficialmente dove si siano fermati (o siano stati “temporaneamente” parcheggiati) nel tragitto che da Torino li doveva portare in Abruzzo. Di questi mezzi per il movimento terra (un escavatore cingolato, un escavatore gommato, un miniescavatore, una pala gommata, una minipala compatta e un sollevatore telescopico, valore totale circa 860 mila euro) si sarebbe forse persa memoria se non fosse arrivata la denuncia del Conapo (il sindacato dei vigili del fuoco) dell'Aquila che, in una lettera indirizzata al responsabile di Case construction equipment (l’azienda del gruppo Fiat che ha donato le macchine) e inviata per conoscenza alla Protezione civile, al commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi e allo stesso Dipartimento nazionale dei vigili del fuoco, lamenta il mancato perfezionamento dell’operazione.    

Le fiduciarie

C'è un atteggiamento che in politica fa danni da sempre soprattutto alla sinistra: l'incapacità di immaginare come raggiungere grandi obiettivi attraverso i lenti e piccoli progressi conquistati a furia di compromessi e concessioni all'avversario. Credo le critiche fatte a Pippo Civati (a cui lui risponde sul suo blog) perché all'assemblea nazionale non ha voluto polemizzare e forzare la mano contro la decisione di non votare l'ordine del giorno sulle primarie nel momento in cui il segretario si è impegnato a garantirle ricada in questo tipico errore della sinistra.
In molti abbiamo chiesto le primarie per i Parlamentari, è dal 2010 che stiamo portando avanti questa battaglia.
All'assemblea in segretario si è impegnato a farle.
Adesso magari, invece di polemizzare con chi ha svolto un ruolo fondamentale nell'ottenere questo risultato, prepariamoci a farle cercando di insistere uniti per un regolamento efficace (e senza trucchi) e cerchiamo di unirci attorno a candidature valide, perché se facciamo le primarie e poi non abbiamo candidati validi attorno a cui unirci in tanti è tutto inutile.

domenica, gennaio 22, 2012

Perché i forconi non mi convincono

Condivido in pieno ciò che dice Lameduck sulla rivolta dei forconi:

No, cari amici. Sapete quanto vi voglio bene ma, che questi forconi siano protesta popolare genuina al 100%, "non mi faccio persuasa", come direbbe il commissario Montalbano.
E' primariamente un fatto di pelle, istintivo, che però ha a che fare con corsi e ricorsi storici e che sollecita una semplice considerazione finale.
La Sicilia ne ha viste tante di queste rivolte. Sinceri malcontenti popolari e proteste che troppo spesso finivano per essere manipolate da banditi asserviti al potere superiore. Ricordate Portella della Ginestra, con Salvatore Giuliano arruolato nella Guerra Imperiale Contro il Comunismo e mandato a far strage dei contadini in rivolta?
Anche la Mafia nacque come entità a difesa degli oppressi. Abbiamo visto come è finita. Il senso è che puoi ribellarti ma solo come piace a chi già comanda. Le cose possono cambiare purché non cambi nulla. Il gattopardo vive ancora da quelle parti ed ha sempre fame di carne e sangue freschi.
I mali dell'isola non nascono ieri mattina. Negli ultimi anni la Mafia non si è affatto ritirata in campagna a ricordare i bei tempi di Don Vito Corleone. E' sempre più viva e lotta con(tro) di noi nei consigli di amministrazione e nei gangli vitali della società. Ultimamente si sta trovando da dio al Nord, nelle capitali che fanno credere di odiare i terroni ma poifanno affari con tutte le mafie del sud.
Guarda caso, ed ecco la considerazione finale, in diciassette anni di Berlusconismo reale non s'è levato, che dico un forcone, ma neppure una forchetta, contro la povertà, la disuguaglianza e il sistema di potere che da sempre incapretta i siciliani onesti quando non li uccide a sangue freddo.
Ora che qualcuno che non pestava i piedi a nessuno, tanto meno alle categorie dalle quali era stato sponsorizzato ed eletto è stato messo da parte e, in qualche modo, la sua destra gattopardesca e collusa non spadroneggia più, guarda caso, riecco i tassisti incazzati alla Taxi Driver che già furono precettati in blocco contro la riforma Bersani e il governo di centrosinistra. Riecco gli autotrasportatori e i blocchi stradali. Le intimidazioni e le botte contro chi non si associa alla protesta. Gli annunci che "ritorneremo presto". Neanche un mezzo manganello o una bomboletta di gas a sedare le proteste, al contrario di ciò che succede con le varie NoTav. No, non ci fregate.
Inoltre, quando ci sono di mezzo gli autotrasportatori - non è per cattiveria - ma vengono in mente gli scioperi che paralizzarono il Cile di Allende, per poi placarsi una volta che il bieco fascismo di Pinochet, sponsorizzato dalle multinazionali, si incaricò di fare piazza pulita dei comunisti. Una scena già vista. Un deja-vu.
Se tra i forconi ci sono di mezzo i fascisti - Forza Nuova, per l'esattezza - non vi sorprenda che la rivoluzione, come la chiamate, provenga dalla destra estrema. L'estrema destra è anticapitalista tanto quanto l'estrema sinistra. Il fascismo è rivoluzionario, ma nel senso che, dopo essersi accaparrato i consensi del popolo ed essersi proclamato socialista e difensore della nazione, dopo aver rovesciato il mondo, alla fine rimette sempre le cose al loro posto, cioè a vantaggio dei (pre)potenti. E' una rivoluzione che finisce sempre in Vandea e il discorso vale anche per certi comunismi.
Non dobbiamo farci fregare. Sono sempre loro.

Il benefattore di Adro nominato cavaliere

Napolitano ha nominato cavaliere del lavoro una persona che lo merita davvero:
Tutti ricordano il clamore mediatico e politico suscitato due anni fa dalla decisione del sindaco leghista di Adro, Oscar Lancini, che negò la mensa ai figli di quei genitori che non pagavano la retta (quasi tutti stranieri). E tutti ricordano come il paese franciacortino si riscattò agli occhi dell'Italia intera grazie al gesto di un anonimo imprenditore locale, che staccò l'assegno da 10mila euro e pagò le rette arretrate. Motivando il suo gesto con una lettera toccante. Il suo anonimato durò poco. E il gesto di Silvano Lancini adesso gli vale il Cavalierato della Repubblica italiana.Ha ricevuto la comunicazione ufficiale a fine 2011 e l'ha tenuta segreta ad amici e parenti, confidandola solo ai figli. La motivazione dell'onorificenza non è riportata. Ma non è difficile intuirla. Silvano Lancini (che con il sindaco ha in comune solo il cognome, non vincoli di parentela) è amministratore della Smea di Erbusco, ditta di consulenza e fornitura di prodotti informatici. Un imprenditore tenace e capace, come tanti. Ma con un senso etico fuori dal comune. Basta riguardare i passi salienti della lettera con cui motivò il suo gesto: «Non sono comunista. Alle ultime elezioni ho votato Formigoni (...). So perfettamente che tra le 40 famiglie ci sono furbetti che ne approfittano (...) Ma vedo intorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha meno (...) I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono (...) Ma dove sono i miei sacerdoti.Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?»

I rischi della flessibilità


Riporto un post di Gilioli che ci aiuta a vedere i rischi della flessibilità non accompagnata da regole che proteggano la persona umana e i suoi bisogni
All’aeroporto di Verona l’orario di lavoro per quelli assunti a tempo determinatoinizia alle 5.30 del mattino, s’interrompe alle 9, poi c’è una pausa di 5 ore fino alle 14, quindi si riprende fino alle 19.30.Nelle cinque ore di pausa vanno a farsi una passeggiata e a cercare di dormire un po’ in macchina, poi si ricomincia a lavorare.Ecco: forse quando si parla di flessibilità bisognerebbe capire che non è questa roba qui, quella che ci fa andare verso una società migliore.

Elio: "Minchia nullatenente"

Il blitz della Guardia di Finanza a Cortina, durante le feste di Natale-Capodanno, secondo Elio e le Storie tese. La band ha reinterpretato la celebre "Signor tenente", portata a Sanremo nel 1994 da Giorgio Faletti, trasformandola in "Minchia nullatenente". E' stata una delle performance degli "Eli" nel corso della prima puntata di "The show must go off", il nuovo programma di Serena Dandini in onda su La7


Qui invece la canzone originale di Faletti