giovedì, novembre 17, 2011

Due indovinelli

Di lo Scorfano:
Quando arriva il bidello e pronuncia la sigla che identifica la classe in cui sono chiamato a fare un'ora imprevista di supplenza (indirizzo professionale, sedici anni in teoria, ma molti pluribocciati, in realtà), quella sigla provoca in me sensazioni sinistre. Acuite, peraltro, dallo sguardo malvagio del bidello medesimo, che infatti, dopo qualche secondo, passandomi il registro di classe, mi dice: «Ah, professore, che bella classe che le è capitata! Dei veri energumeni! Come si divertirà, vedrà...» E se ne va.

Io percorro i corridoi che mi separano dall'aula a cui sono destinato sbirciando il suddetto registro di classe. Le note coprono tutto, anche lo spazio per le assenze e le attività svolte. «Il tale ha sputato dalla finestra»; «Il talaltro ha ruttato durante la lezione»; «Il tal terzo ha risposto "fatti i cazzi tuoi" all'insegnante»; «Il tal quarto è uscito dall'aula alle ore 9.30 e dopo due ore non è ancora rientrato»; e via così, di settimana in settimana, di sospensione in sospensione, senza sosta. E quindi, mentre cammino lungo i tenebrosi corridoi, sento le braccia che mi tremano un po' e provo a respirare con calma e penso che i primi sessanta secondi saranno quelli decisivi. E, a quel punto, entro nella tanto spaventosa classe. 

La prima cosa che vedo è un ragazzo che parla al telefono. Vado verso di lui. Allungo la mano, senza dire una parola, lui mi guarda con occhi interrogativi. A quel punto gli dico: «Consegnami il cellulare, per cortesia». Lui tira indietro la mano che impugna il telefono. Io insisto: «È la legge: non si telefona dall'aula scolastica. Consegnami il cellulare, per favore, se non vuoi che ti denunci» (sto mentendo, ovviamente). Lui, a quel punto, mi dà il cellulare, dicendo : «Cosa ne fa?» Io non gli rispondo. Smonto il cellulare, gli restituisco la scheda Sim, e solo dopo gli dico: «Lo porto in presidenza. Saranno i tuoi genitori che dovranno venire a prenderlo. Ora siediti».

Poi ne richiamo un altro paio: uno perché non si siede, l'altro perché è seduto ma con i piedi appoggiati al banco. Ho un cellulare smontato in mano e questo, me ne rendo conto, mi conferisce una certa autorità. Poi mi siedo anch'io. Compilo il registro mentre loro parlottano. Poi li guardo e dico: «Non avete niente da studiare?» Loro mi dicono «No». «Bene» dico io «allora vi parlo di un libro che vi piacerà moltissimo, se lo leggerete». Uno di loro mi dice: «A noi leggere fa schifo». Io dico: «È perché non avete mai letto questo libro... Lui vi farà cambiare idea».

E poi li guardo e sto zitto. Per circa un minuto, direi. Li guardo, giro tra i banchi, faccio segno a chi è stravaccato sulla sedia di mettersi composto, non dico niente. Finché uno di loro mi chiede: «E come si intitola questo libro?» Allora dico: «Nessuno qui regala niente a nessuno, cosa credete? Per sapere il titolo del libro, dovete risolvere un indovinello.». E quindi vado alla lavagna e disegno questa cosa qui (non so disegnare, lo ammetto subito):

[C'è un muro e ci sono quattro uomini, disposti così: uno da solo, gli altri tre dall'altra parte del muro. Il muro non ha finestre né buchi né specchi. Gli uomini hanno in testa due cappelli rossi e due neri. Tutti guardano verso il muro e sono immobilizzati. Non possono parlare né muovere gli occhi. Sanno che hanno in testa un cappello e sanno che i cappelli sono quattro, due rossi e due neri. Sanno che chi indovina il colore del suo proprio cappello avrà salva la vita (se dà una spiegazione razionale), mentre gli altri saranno uccisi. Chi di loro, dopo qualche secondo, può con certezza salvarsi?] [Valgono solo le soluzioni date dopo le 15.00; chi ci prova prima, e rovina il gioco, è un amico della Gelmini.]

I ragazzi hanno ascoltato l'indovinello. Qualcuno dice risposte a caso. Io dico che ci vuole una spiegazione motivata. Loro esitano. Poi a un certo punto, uno di loro mi dice: «Prof, questo indovinello è troppo difficile, è una cosa da liceo, non va bene per noi...»

E allora, figuratevi un po', davanti a quegli energumeni che stanno facendo impazzire tutto un istituto comprensivo di 1200 alunni e 150 docenti, io mi intenerisco. Li guardo e mi fanno tenerezza; li guardo e sorrido, per la prima volta da quando sono entrato. Mi sono simpatici. E poi dico: «Perché, credete che quelli del liceo siano più intelligenti di voi?» E loro non mi dicono niente. E io vado avanti: «Lasciatevelo dire da uno che li conosce bene: non sono più intelligenti di voi. Senz'altro studiano di più. Forse sono anche più determinati di voi. Ma è una scelta, no? Siete voi che avete scelto e scegliete tutti i giorni di non studiare, no?»

E poi non lo so, poi non mi ricordo bene cos'è successo. Abbiamo parlato del latino e delle altre materie del liceo. Loro mi hanno chiesto tante cose, io ho provato a rispondere. E poi, in questi giorni, ogni volta che ci incrociamo nell'intervallo mi salutano con entusiasmo, anche se a me continuano a fare un po' di paura, lo confesso. E intanto, mentre parlavamo d'altro, e il disegno degli uomini e dei cappelli era rimasto lì sulla lavagna, uno di loro ha dato un pugno sul banco e ha detto: «Ho capito la soluzione, prof». E me l'ha detta, ed era quella giusta. Io mi sono complimentato; ho detto il titolo del libro. Ho anche restituito il cellulare al ragazzo che telefonava quando ero entrato. Gli ho detto: «Rispetta le regole, dammi retta. È questo che distingue le persone perbene dalle altre, non il fatto di sapere il latino». E poi sono uscito e sono andato in quarta a spiegare Ariosto.

E mi è restato per voi il secondo indovinello: sbagliano dunque i miei colleghi, a considerarli degli energumeni senza speranza? Mentre in realtà sono bravi ragazzi, educati e pieni di potenzialità?

No, vi do subito la soluzione questa volta: non sbagliano per niente i miei colleghi. Perché un conto è un'ora di supplenza, un conto è un anno di lezioni. Un'ora in cui si entra e si fa un po' il duro e un po' il brillante non significa nulla. Non è lavoro, non è scuola: that's entertainment, altroché. E non ha nessun tipo di valore. E fatelo dunque sapere agli "esperti" che ogni tanto entrano nelle classi e poi raccontano di ragazzi attenti e disponibili e capaci di porre questioni intelligenti eccetera, mentre con i loro insegnanti si annoiano e sbadigliano. Fate loro sapere che quella non è scuola, è un'altra cosa: e che il fatto che loro, «esperti», non lo capiscano è un problema loro, non degli insegnanti. Ed è solo questo in realtà che, oggi, volevo dirvi.


(Ah certo, il libro...! Ecco, io non avevo assolutamente idea di quale titolo dire, onestamente. Per quello ho usato il trucco dell'indovinello: per prendere tempo. Poi, quando mi è toccato, ho citato un libro che forse farà sorridere qualcuno tra voi che ha buona memoria: ho detto loro che potevano, se volevano, leggere un libro di Michael Ende, che si intitola La storia infinita.)

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