lunedì, febbraio 20, 2012

La musica di una strada che forse non ha senso ma che è la mia, quella che faccio tutte le mattine e tutti i giorni

Di lo Scorfano:

Come potete ben immaginare da soli, le vicende più sconcertanti e importanti che mi accadono a scuola (o nei dintorni della scuola: intervalli, entrate, uscite), io qui, sul blog, non le racconto. Perché non posso ovviamente, ma anche e soprattutto perché non voglio. Perché le vicende importanti, e a volte anche strazianti, sono carne viva dei miei studenti e delle loro famiglie, perché il solo pensiero di poterle raccontare qui, in pubblico, sarebbe un pensiero infame. Perché certe le storie private degli altri, anche se sono ragazzini, sono appunto private; e io sarei una specie di mostro se, dopo averle raccolte come confidente, le raccontassi poi qui.
Rimangono quindi taciuti tutti gli incontri più intensi tra me, i miei alunni e le loro famiglie. Rimane taciuto lo straziante mal d'amore di un ragazzo di una classe, così come la separazione traumatica dei genitori di un ragazzo di un'altra classe; rimane taciuta la volta in cui una delle mie alunne rimase incinta e volle tenersi il bambino contro il parere dei suoi genitori; o anche, specularmente, la volta in cui una mia alunna rimase incinta e voleva abortire ma senza dirlo a nessuno, nemmeno a sua madre. E poi lo disse a me, e fu a me che toccò, con calma e preoccupatissima pazienza, convincerla che dovevamo per forza parlarne con i suoi genitori.
Ma sono passati ormai tanti anni da queste vicende. Così come tanti anni sono passati da quella volta in cui un ragazzo sedicenne, lo chiameremo Giorgio, non si fece vedere a scuola per quasi un mese. E sarebbe stato anche normale (nel senso che succede piuttosto spesso, purtroppo) se non fosse che un giorno arrivò suo padre e mi confidò che da una settimana non si faceva vedere neppure a casa (telefonava ogni tanto, però), e che lui e sua madre non sapevano cosa fare, volevano andare dai carabinieri ma avevano paura di metterlo nei guai. Mi chiese consiglio. E io ebbi una strana intuizione e, come gli investigatori dei film, gli chiesi ventiquattro ore. Perché mi era venuta in mente una battuta che il compagno di banco di Giorgio aveva fatto pochi giorni prima, vicino al banco vuoto. E da quella battuta mi parve di poter credere che avrei saputo dove trovare Giorgio. E alla fine della mattinata andai nel luogo che avevo immaginato e ci trovai davvero Giorgio, quel cretino. E allora lo invitai a pranzo, e con atteggiamento a metà tra il comprensivo e il minaccioso, lo convinsi a tornare a casa, da suo padre; e poi, nel pomeriggio, ce lo accompagnai, in macchina, facendogli sentire la musica che in quei mesi ascoltavo io e che a lui fece subito schifo.
Sono storie accadute molti anni fa, ma che, secondo modalità e con nomi diversi, continuano ad accadere anche oggi, mentre lavoro, mentre provo a insegnare la letteratura e la grammatica latina e la poesia. Non le racconto mai, praticamente a nessuno. Lascio che si depositino, cerco di essere un testimone comprensivo e accorto, il più delle volte però non servo a niente (la storia di prima, infatti, era un'eccezione). E il più delle volte le confidenze sedicenni, rivelate a me, nell'intervallo, tra lacrime disperate e sedicenni,. il giorno dopo si sono già trasformate in risate, in oblio, in qualcosa di altrettanto sedicenne che è la vita che va avanti e fa dimenticare, a quella ragazza che il giorno prima era disperata, il dolore per cui era disperata e me lo voleva raccontare.
Ma tutte queste storie che non racconto rimangono con me, è ovvio. Sono come le tessere di un mosaico, potrei dire. Piccole pietre colorate che io raccolgo dalle confessioni dei ragazzi o dalle confidenze preoccupate delle loro madri, e che mi porto a casa. E per anni ho pensato che queste piccole pietre colorate avrebbero, alla fine, costruito una storia, un percorso, una specie di disegno rivelatore. Non rivelatore dei ragazzi, ovviamente, ma molto più semplicemente rivelatore di me, del mio disegno. La mia storia di insegnante, a volte silenzioso confidente a volte garrulo consigliere.
C'è una poesia di Montale che lo dice. Che dice come il prodigio del fantasma che ci salva possa celarsi dentro i piccoli pezzi di storie che in qualche modo non sappiamo mettere insieme ma che d'improvviso, per una ventata violenta della vita, trovano una loro rivelatrice sedimentazione:
si compongono qui le storie, gli attiscancellati pel giuoco del futuro.
E per anni io ci ho creduto: ho pensato cioè che tutto questo mio ascoltare e questo loro parlare e piangere non sarebbe stato invano. E che quelle storie, quegli atti che il futuro si ostinava a volere scancellare nella mia memoria avrebbero invece trovato un senso, uno sviluppo; magari una musica che si sarebbe finalmente accordata nelle mie orecchie. E che quello sarebbe stato il senso della mia fatica e della mia, cosiddetta, passione.
Mi sbagliavo, naturalmente. Gli anni hanno cominciato a passare e le mie piccole pietre colorate hanno cominciato semplicemente a perdersi. Le sentivo cadere dalle tasche bucate del mio vestito logoro in certe mattine d'inverno, quando la possibilità di vedere un obiettivo era sempre meno chiara. Ho cercato di riparare le mie tasche, ho cucito e rammendato. Ma le cuciture non tengono e i rammendi cedono, molto presto. Le storie, che non racconto qui sul blog perché sarebbe un atto infame, le storie non trovano senso: si perdono, restano un poco per aria e poi si dimenticano, le facce cambiano, le voci si confondono, le melodie svaniscono, nulla si compone.
Per tanto tempo mi è sembrato triste che tutto questo accadesse. L'ho vissuto come un fallimento mio e della mia passione, cosiddetta. Oggi, da un po' di tempo a questa parte, non lo trovo più così triste o preoccupante. I prodigi (anche quelli montaliani) non avvengono, non nella mia vita almeno (magari nella vostra, chissà). Ma il suono di quelle pietruzze colorate che trovano la loro strada tra le pieghe delle mie tasche (la mia memoria), tra una cucitura malfatta e un troppo vecchio rammendo, quel suono argentino di pietre che tintinnano per terra, quello oggi mi pare un bel suono. È una musica, in qualche modo. La musica di una strada che forse non ha senso ma che è la mia, quella che faccio tutte le mattine e tutti i giorni. E in qualche modo, quella musica scordata di storie che finiscono nell'oblio più completo e che si perdono, è la sola musica capace, paradossalmente, di tenermi ancora un po' di compagnia.

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