lunedì, febbraio 27, 2012

Sondaggio di Libero: "il 37enne no-Tav, fulminato su un tralicco mentre protestava se l'è meritata?"

Libero lancia un sondaggio per chiedere "Luca Abbà, il 37enne no-Tav, fulminato su un tralicco mentre protestava se l'è meritata?"

Al momento il 49% di chi ha risposto ha cliccato su "Sì". Esibire così il disprezzo verso una vita umana è qualcosa che non riesco neanche a commentare, provo pena per queste persone.

P.S. Mi segnalano che cliccando sul link adesso c'è scritto "se l'è cercata" invece di "se l'è meritata". Hanno cambiato dopo, il testo citato sopra è stato copiato-incollato quando ho scritto il post.

sabato, febbraio 25, 2012

Se la prescrizione è breve, che la memoria sia lunga

Se la prescrizione è breve, che la memoria sia lunga. (Giuseppe Civati)

Arriva un momento in cui uno dice: assolvetelo, prescrivetelo, fate un po' quel cazzo che volete. Non me ne fotte nulla, io l'ho comunque condannato da sempre: la sua miseria morale non e' la mia, non é quella del mio mondo. Ci ha preso tutto, ha rubato venti anni di pensiero e azione politica, ma credo che in mano non gli sia rimasto nulla. (Fabio S.)



Lo sai cos'ha combinato Monti in 100 giorni?

Sono 100 giorni che esiste il governo Monti. In questi 100 giorni ha fatto cose che aspettavamo da anni, come combattere l'evasione fiscale (a Cortina, ma anche a Roma o a Napoli), ha trovato il modo di saldare i vecchi debiti della pubblica amministrazione con le aziende, ha tagliato le spese militari, ha risarcito i talassemici che attendevano da anni, ha bocciato un condono in Campania, ha approvato una legge che permette a chi ha lavorato un po' come precario, un po' come artigiano e un po' come dipendente di avere una pensione che tenga conto di tutti i contributi versati, ha impedito alla cricca di far sparire miliardi organizzando le Olimpiadi a Roma.
E ha portato lo spread da 550 punti a 370. Sono miliardi in meno di interesse ogni anno.
Sono tra quelli che credono che sarebbe meglio tornare a votare quest'anno e avere un Parlamento rinnovato, ma credo anche che questi mesi siano stati ben spesi.

venerdì, febbraio 24, 2012

I comportamenti antidemocratici sono sempre sbagliati

Ci sono cose che sono sbagliate a priori, tipo impedire a qualcuno di parlare o proporre di chiudere dei giornali. Questi comportamenti sono fascisti e antidemocratici. Chi è troppo stupido per capire che è così indipendentemente da chi viene colpito è un pericolo per la democrazia.

Vegnen chi dall'Africa a sufegam

Oggi pomeriggio ho fatto una passeggiata tra Misinto e Lazzate. Mi sono fermato davanti a un'edicola di Lazzate per curiosare i manifestini dei giornali locali. Mentre curiosavo arrivano due ragazzini in bici, uno entra, l'altro resta fuori sulla bici a curare la bici dell'amico. Mentre è lì arriva un signore anziano con le stampelle e nonostante il passaggio lì sia larghissimo si rivolge al ragazzino sulla bici dicendogli in malo modo "Alura, te ve fora di ball o no?" (Allora, vai fuori dalle balle o no?). Il ragazzino stupito (peraltro quanto me che assisto alla scena temendo il peggio) si sposta e lascia passare l'anziano. Passato l'anziano torna dov'era bofonchiando qualcosa tra sé e sé. L'anziano lo sente, si gira e gli dice "Se te dì?" (Che hai detto?). Il ragazzino lo guarda in silenzio. Il vecchio agita una stampella in aria e gli dice "Va che ti du" (Va che ti picchio). Il ragazzino, nel dubbio, si allontana di un paio di metri (io ringrazio il cielo che si allontana dal vecchio invece di strappargli la stampella). Il vecchio continua a minacciarlo per un po' e poi si allontana dicendo "Vegnen chi dall'Africa a sufegam" (Vengono qui dall'Africa a soffocarmi).
Resto a guardare il ragazzino per un momento (più che altro per fermarlo nel caso decida di reagire). Nel mentre esce l'amico e sento che il ragazzino che era rimasto fuori gli dice "Mi ha preso per un extracomunitario e mi ha trattato di merda". L'altro gli chiede "Chi?" e lui gli indica il vecchietto. Scuotono la testa e si allontanano (io ringrazio ancora il cielo che la reazione è quella).
Mi allontano anch'io pensando a quante volte quel vecchio racconterà di essere stato quasi aggredito da un "extracomunitario di quelli che vengono qui e comandano".
E penso a che clima abbiamo tutti permesso alla Lega di creare nelle nostre comunità.

Abbiamo bisogno, semplicemente, di un po' di compagnia

Di lo Scorfano:

«Ma che cosa stiamo qui a scrivere?», mi chiedo a volte. E lo chiedo a me stesso, com'è ovvio e com'è giusto, ma anche a molti di quelli che poi vado a leggere, sui loro blog, sui social di nicchia così come su quelli di moda, che ne parlano tutti i giornali. E avrei voglia di chiederlo davvero, non solo a me, ma anche a loro, e con una certa stizza: «Ma che cosa abbiamo di così urgente e imperdibile da scrivere, eh? Ma vi sembra che ci sia qualcosa di imperdibile in quello che scriviamo, eh? Ma vi sembra il caso che continuiamo a farlo, eh?» Non c'è nulla, in realtà, nulla di imperdibile e nemmeno di urgente. Solo qualche battuta, mica altro; solo qualche storia destinata a perdersi in un passare rapido di giorno, alla svelta.
E allora cosa lo scriviamo da fare ? E allora perché non facciamo dell'altro, magari qualcosa di più bello o di più utile? Ecco, sì: a volte ho voglia di dirlo chiaramente a tutti quelli che ogni tanto vengono qui a leggere: «Non venite, datemi retta. Leggete qualcos'altro, qualcun altro. Leggete Sciascia, per esempio; rileggete Manzoni; oppure prendete in mano la Recherche di Proust e dedicatevi a quella, che è molto meglio che perdere il vostro tempo qui; che tanto queste sono solo chiacchiere, futili e passeggere».
Insomma, ogni tanto mi verrebbe davvero da sbraitare contro questo continuo parlarsi addosso del web, dei social, di me e dei miei amici. Perché, ogni tanto, penso che tutto questo vocìo non possa essere indifferente, e finirà per essere dannoso, per toglierci tempo e silenzio, e quindi riflessione e quindi anche forza critica e lucidità e intelligenza.
Ma poi mi pento di averlo pensato; e mi pento di essere così inutilmente severo, quasi subito, con me e con gli altri.
Mi dico, dopo cinque minuti, che è inutile dare spazio a quel po' di nervoso che il vociare del web 2.0 suscita e alimenta; e mi dico, e so che ho ragione, che è più superficiale la polemica contro il vociare del web di quanto non lo sia il vociare stesso del web. Perché è così: perché non siamo qui a costruire verità intramontabili o sistemi filosofici inattaccabili, non siamo qui a raccontarci di vite indimenticabili e irripetibili; non siamo qui a comprendere e studiare il mondo, la politica, la società, gli uomini, i vizi, il valore, la virtù e la conoscenza; non siamo qui a comprendere un bel nulla (anche se c'è chi si atteggia un casino, eh...) e non abbiamo nulla di imperdibile da scrivere; ma scriviamo di quel poco che possiamo, ridiamo un po', troviamo ogni tanto una battuta che funziona.
E siamo qui, alla fine dei conti, soltanto a farci un po' di compagnia, nient'altro. Perché la strada è lunga ed è in salita e quattro chiacchiere, leggere come le foglie 2.0, aiutano a sentire di meno la fatica. E la compagnia, la vostra, mette un po' di allegria nei passi stanchi, nei miei, e fa venire voglia di proseguire, anche domani. È tutto qui insomma: è che abbiamo bisogno, semplicemente, di un po' di compagnia.

mercoledì, febbraio 22, 2012

Il PD adesso più che mai

Di Speradisole:

Forse mi si prende per masochista. Difendo un partito che sembra che si dia sempre delle botte sulle palle e non riesca ad uscire dal buco dove, sperano in molti, sta precipitando. Pare impossibile, ma lo faccio con tutto il cuore.
Lo difendo adesso più che mai perché lo vedo attaccato dalla stampa di famiglia e non solo, con gran compiacimento, stampa che cerca di demolire l’unico ostacolo cha sa di dover affrontare, alle prossime elezioni. Infatti non si preoccupa minimamente di Di Pietro, del Grillo e tanto meno di Vendola, anzi, attacca l’unico scoglio che sa di non poter sorpassare, il Pd.
Questa opera demolitiva della destra di regime riceve una buona mano da parte di tutti quelli della sinistra che “odiano” il Pd, per il fatto di essere un partito di centrosinistra e di non occuparsi, a loro dire, della sinistra.
Lo sostengo prima di tutto perché è un partito. Nel paese dove la parola partito viene schifata e dove nascono solo dei movimenti corporativi (Lega) e semplicemente contro tutto e tutti (Grillo), un partito è come un grande faro piantato in un mare in burrasca.
Le critiche che si fanno sono feroci, sia al partito che al suo segretario.
La prima è quella che non abbiamo leader. Può darsi che come appeal con  Bersani  siamo piuttosto bassi, ma siamo alti come lealtà ed onestà,  e questo è una bandiera immensa al giorno d’oggi da sbandierare con orgoglio. Sinceramente, a sinistra, ci è bastato Bertinotti, quello di sinistra sinistra che si è rivelato il peggior nemico della sinistra. L’abbiamo visto all’opera e abbiamo constatato i risultati. A me è bastato come leader della sinistra pura e dura. E di leader alla Berlusconi stiamo alla larga ben volentieri. Non vogliamo padroni.
La seconda. Ha tradito il PCI. Ma quale PCI? Quello a cui sono stata iscritta, quello tutto unito (ma era difficile non esserlo). Ebbene si combatteva certo, ma che cosa ottenevamo, oltre che stare al’opposizione? Le più grandi conquiste sono state ottenute con il compromesso storico, quello che faceva gridare al tradimento!
La terza. Dato che alle primarie vincono di solitonon sempre, ma di solito i candidati appoggiati dal Sel, significa che il Pd è finito. Ma come potrebbe finire un partito che accetta di fare le primarie  di “coalizione” democraticamente ed accetta di appoggiare dopo “chiunque” vinca? Questa a casa mia si chiama democrazia. Il PD avrà difetti, ma con le primarie si mette in gioco e rispetta i risultati. Nessun paragone con un movimento amebico che si chiama popolo e che viene governato da un padrone.
La quarta: Adesso siccome si sostiene il governo Monti, e si cerca di modificare la legge elettorale anche “collaborando” con il Pdl,  secondo l’opinione dei detrattori del partito, facciamo inciuci indecenti.
Le motivazioni che hanno spinto il Pd ad appoggiare questo governo tecnico sono note,per non finire nel baratro dove l’amoralità politica di un governo irresponsabile ci stava portando, e non sono state motivazioni dettate da calcoli di convenienza, perchè se si andava subito alle elezioni le avremmo vinte.  Per me sono motivazioni validissime.
Vogliamo cambiare la legge elettorale, come minimo, ma non avendo la maggioranza in parlamento non abbiamo altro modo che quello di coinvolgere tutti coloro che intendono cambiare questa legge. Non so se  Alfano (che parla a nome del comandante di Arcore) è sincero, certo non è Berlusconi in prima persona. Questo fa un po’ di differenza.
Il Pd è nato dopo la disastrosa esperienza dell’Unione, per essere un partito nel tempo in cui tutti denigrano i partiti. Il Pd è nato per portare l’Italia fuori dalla Seconda Repubblica, fuori dal berlusconismo e dal male che ha sparso.
La strada da intraprendere è obbligata. Un rapporto più aperto e intenso con il popolo delcentrosinistra e la capacità di leggere le necessità dei tempi difficili che stiamo vivendo. Tempi in cui una crisi mai creduta da parte della destra ci sta divorando e tempi in cui occorre modificare anche la mentalità dello scontro non solo per ottenere consensi, ma per pensare al bene di questo paese.
E a proposito di “primarie”, il caso di Genova dimostra che c’è un’area forte, motivata, non qualunquista né populista  del Paese che si aspetta dal Pd  un apporto di rinnovamento dello stile politico più grande di quello che si vede.
Il messaggio però che in questi anni ha trasmesso Bersani è incontestabile anche per quello che riguarda il ruolo delle primarie  nell’ascolto delle attesa autentiche e della piena legittimazione delle scelte dei cittadini. Le primarie debbono essere il segnale del dover cogliere le aspettative del Paese e non uno strumento della classe politica di cui rischia di esprimere le rivalità interne più che la forza di governare.
Di fronte a questi messaggi le primarie valgono di più delle parole perché sono un evento, una proposta di interventi critici, di fatto una riforma strutturale della selezione politica, non sono sondaggi ma un’occasione imperdibile di vicinanza tra cittadini e politica.
solo un partito vero, come il Pd è capace di fare le primarie e di seguire, a conclusione di esse, le scelte dei cittadini che si sono espressi.

Ripenso a tutte le volte che sento dire a qualcuno quali grandi opportunità gli riserverà il futuro se sacrifica il presente

Leggo una storia come tante, la storia di una giovane che a 26 anni si sente offrire un posto di lavoro a 700 euro al mese a tempo pieno.
Ripenso a tutte le volte che sento dire a qualcuno quali grandi opportunità gli riserverà il futuro se sacrifica il presente.
Non mi hanno mai spaventato i sacrifici fatti in vista di un obiettivo. Ma l'obiettivo, per quanto lontano e difficile da raggiungere, ci deve essere. Fare sacrifici per il gusto di fare sacrifici è demenziale, non ha nessun senso. E, soprattutto, è stupido sacrificare la possibilità di raggiungere un obiettivo concreto che può renderci felici e soddisfatti per inseguire chimere.
Non so se questo Paese può ancora salvarsi da questo atteggiamento o se arriverà il collasso totale. Ma c'è sempre meno tempo per provare ad evitarlo.

Giovedi 23 febbraio: governo Monti, facciamo il punto


lunedì, febbraio 20, 2012

La musica di una strada che forse non ha senso ma che è la mia, quella che faccio tutte le mattine e tutti i giorni

Di lo Scorfano:

Come potete ben immaginare da soli, le vicende più sconcertanti e importanti che mi accadono a scuola (o nei dintorni della scuola: intervalli, entrate, uscite), io qui, sul blog, non le racconto. Perché non posso ovviamente, ma anche e soprattutto perché non voglio. Perché le vicende importanti, e a volte anche strazianti, sono carne viva dei miei studenti e delle loro famiglie, perché il solo pensiero di poterle raccontare qui, in pubblico, sarebbe un pensiero infame. Perché certe le storie private degli altri, anche se sono ragazzini, sono appunto private; e io sarei una specie di mostro se, dopo averle raccolte come confidente, le raccontassi poi qui.
Rimangono quindi taciuti tutti gli incontri più intensi tra me, i miei alunni e le loro famiglie. Rimane taciuto lo straziante mal d'amore di un ragazzo di una classe, così come la separazione traumatica dei genitori di un ragazzo di un'altra classe; rimane taciuta la volta in cui una delle mie alunne rimase incinta e volle tenersi il bambino contro il parere dei suoi genitori; o anche, specularmente, la volta in cui una mia alunna rimase incinta e voleva abortire ma senza dirlo a nessuno, nemmeno a sua madre. E poi lo disse a me, e fu a me che toccò, con calma e preoccupatissima pazienza, convincerla che dovevamo per forza parlarne con i suoi genitori.
Ma sono passati ormai tanti anni da queste vicende. Così come tanti anni sono passati da quella volta in cui un ragazzo sedicenne, lo chiameremo Giorgio, non si fece vedere a scuola per quasi un mese. E sarebbe stato anche normale (nel senso che succede piuttosto spesso, purtroppo) se non fosse che un giorno arrivò suo padre e mi confidò che da una settimana non si faceva vedere neppure a casa (telefonava ogni tanto, però), e che lui e sua madre non sapevano cosa fare, volevano andare dai carabinieri ma avevano paura di metterlo nei guai. Mi chiese consiglio. E io ebbi una strana intuizione e, come gli investigatori dei film, gli chiesi ventiquattro ore. Perché mi era venuta in mente una battuta che il compagno di banco di Giorgio aveva fatto pochi giorni prima, vicino al banco vuoto. E da quella battuta mi parve di poter credere che avrei saputo dove trovare Giorgio. E alla fine della mattinata andai nel luogo che avevo immaginato e ci trovai davvero Giorgio, quel cretino. E allora lo invitai a pranzo, e con atteggiamento a metà tra il comprensivo e il minaccioso, lo convinsi a tornare a casa, da suo padre; e poi, nel pomeriggio, ce lo accompagnai, in macchina, facendogli sentire la musica che in quei mesi ascoltavo io e che a lui fece subito schifo.
Sono storie accadute molti anni fa, ma che, secondo modalità e con nomi diversi, continuano ad accadere anche oggi, mentre lavoro, mentre provo a insegnare la letteratura e la grammatica latina e la poesia. Non le racconto mai, praticamente a nessuno. Lascio che si depositino, cerco di essere un testimone comprensivo e accorto, il più delle volte però non servo a niente (la storia di prima, infatti, era un'eccezione). E il più delle volte le confidenze sedicenni, rivelate a me, nell'intervallo, tra lacrime disperate e sedicenni,. il giorno dopo si sono già trasformate in risate, in oblio, in qualcosa di altrettanto sedicenne che è la vita che va avanti e fa dimenticare, a quella ragazza che il giorno prima era disperata, il dolore per cui era disperata e me lo voleva raccontare.
Ma tutte queste storie che non racconto rimangono con me, è ovvio. Sono come le tessere di un mosaico, potrei dire. Piccole pietre colorate che io raccolgo dalle confessioni dei ragazzi o dalle confidenze preoccupate delle loro madri, e che mi porto a casa. E per anni ho pensato che queste piccole pietre colorate avrebbero, alla fine, costruito una storia, un percorso, una specie di disegno rivelatore. Non rivelatore dei ragazzi, ovviamente, ma molto più semplicemente rivelatore di me, del mio disegno. La mia storia di insegnante, a volte silenzioso confidente a volte garrulo consigliere.
C'è una poesia di Montale che lo dice. Che dice come il prodigio del fantasma che ci salva possa celarsi dentro i piccoli pezzi di storie che in qualche modo non sappiamo mettere insieme ma che d'improvviso, per una ventata violenta della vita, trovano una loro rivelatrice sedimentazione:
si compongono qui le storie, gli attiscancellati pel giuoco del futuro.
E per anni io ci ho creduto: ho pensato cioè che tutto questo mio ascoltare e questo loro parlare e piangere non sarebbe stato invano. E che quelle storie, quegli atti che il futuro si ostinava a volere scancellare nella mia memoria avrebbero invece trovato un senso, uno sviluppo; magari una musica che si sarebbe finalmente accordata nelle mie orecchie. E che quello sarebbe stato il senso della mia fatica e della mia, cosiddetta, passione.
Mi sbagliavo, naturalmente. Gli anni hanno cominciato a passare e le mie piccole pietre colorate hanno cominciato semplicemente a perdersi. Le sentivo cadere dalle tasche bucate del mio vestito logoro in certe mattine d'inverno, quando la possibilità di vedere un obiettivo era sempre meno chiara. Ho cercato di riparare le mie tasche, ho cucito e rammendato. Ma le cuciture non tengono e i rammendi cedono, molto presto. Le storie, che non racconto qui sul blog perché sarebbe un atto infame, le storie non trovano senso: si perdono, restano un poco per aria e poi si dimenticano, le facce cambiano, le voci si confondono, le melodie svaniscono, nulla si compone.
Per tanto tempo mi è sembrato triste che tutto questo accadesse. L'ho vissuto come un fallimento mio e della mia passione, cosiddetta. Oggi, da un po' di tempo a questa parte, non lo trovo più così triste o preoccupante. I prodigi (anche quelli montaliani) non avvengono, non nella mia vita almeno (magari nella vostra, chissà). Ma il suono di quelle pietruzze colorate che trovano la loro strada tra le pieghe delle mie tasche (la mia memoria), tra una cucitura malfatta e un troppo vecchio rammendo, quel suono argentino di pietre che tintinnano per terra, quello oggi mi pare un bel suono. È una musica, in qualche modo. La musica di una strada che forse non ha senso ma che è la mia, quella che faccio tutte le mattine e tutti i giorni. E in qualche modo, quella musica scordata di storie che finiscono nell'oblio più completo e che si perdono, è la sola musica capace, paradossalmente, di tenermi ancora un po' di compagnia.

domenica, febbraio 19, 2012

Il dio dei leghisti? Non esiste


Da Famiglia Cristiana:


Il 40 per cento degli elettori del Carroccio va a messa. Ma si possono conciliare fede e Carroccio? Parla Augusto Cavadi, autore di un saggio sui cattolici e la Lega

16/02/2012
la copertina del libro "Il dio dei leghisti", di Augusto Cavadi (la foto di copertina è di Alessandro Tosatto).
la copertina del libro "Il dio dei leghisti", di Augusto Cavadi (la foto di copertina è di Alessandro Tosatto).
Si può essere cattolici e votare Lega? È stata la tradizione cattolica ad aver prodotto l’ideologia leghista ? Come è possibile battersi per il crocifisso nelle aule e, contemporaneamente, approvare gli sgomberi dei nomadi, che tra i tanti effetti nefasti provocano l’abbandono della scuola dei bimbi Rom, dichiarare di voler mitragliare i barconi che sbarcano a Lampedusa come ha fatto un europarlamentare, imporre il digiuno ai figli di chi non paga la retta della mensa dell’asilo, o negare il diritto di curarsi al pronto soccorso ai clandestini, fare dichiarazioni aggressive (e spesso passando alle vie di fatto) contro romeni, musulmani, extracomunitari? Il libro delle risposte che tutti i leghisti (e tutti i parroci) dovrebbero leggere si intitola Il Dio dei leghisti (Edizioni San Paolo). Lo ha scritto un professore di Palermo, Augusto Cavadi, giornalista e teologo, autore di libri di successo dedicati al rapporto tra cattolicesimo e mafia.
– Cosa spinge uno studioso di mafia a scrivere un saggio del genere? «Un po’ le sollecitazioni di tanti amici e lettori del Nord. Ma, ancora una volta, quello è un   che mi ha colpito è il fatto che alcune parti significative della Chiesa cattolica abbiano instaurato con una parte politica lontana dal Vangelo dei rapporti di interlocuzione che invece non hanno mostrato di avere con altri partiti, nemmeno con Prodi e De Gasperi. C’è sempre questa sorpresa che mi coglie e mi pone interrogativi. Perché non opporsi con determinazione contro organizzazioni che non sono intrinsecamente evangeliche?».
 – E che risposta si è dato? «La mia tesi è che il cattolicesimo si presta a essere strumentalizzato come ideologia conservatrice. Non è un caso che anche i mafiosi hanno sempre visto nella Chiesa un baluardo del tradizionalismo e della mentalità conservatrice».
– La sua tesi richiama alla mente Mussolini, che si definiva “cattolico e anticristiano”. «Non è un caso che i leghisti dividano la Chiesa in buona e cattiva. Dove i “cattivi” sono quelli che parlano di fratellanza, solidarietà, attenzione ai deboli della terra, come per esempio il cardinale Martini o il cardinale Tettamanzi. Mentre i “buoni” sono quelli che parlano di radici cristiane dell’Europa e che insistono sul cattolicesimo come fattore di identità civile e nazionale».
– Qual è l’atteggiamento della Chiesa locale nei confronti dei leghisti?
 
«Dagli studi sociologici si ricava che ci sono pochi sacerdoti schierati contro o a favore. Una larga maggioranza ritiene che non sia essenziale prendere posizione. È vero, i preti non devono schierarsi sul piano elettorale: ma una cosa è non pronunziarsi sulle indicazioni tattiche e un’altra è non schierarsi sulla formazione etico-politica delle coscienze».
 – Lei insegna e vive a Palermo. Che ne sa di Lega, di Bossi, di questioni settentrionali? «Salgo con periodicità al Nord per scambi culturali e conferenze. Vado anche ai raduni leghisti. Osservo molto. E, naturalmente, leggo e mi informo. Mi sono basato su documenti ufficiali scritti da Bossi e altri leghisti. La mia non è solo un’indagine sui leghisti. Più che cosa pensa la Lega, a me interessa capire l’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti del Carroccio. Se Bossi e i suoi avessero vissuto ai tempi di Cristo, avrebbero avuto a che fare con una comunità che nasce all’insegna di una fraternità universale, che non distingue i locali dagli stranieri, i romani dagli ebrei. L’avrebbero considerata un gruppo di folli e utopisti. Il fatto che oggi gli eredi di quella comunità siano considerati dai leghisti un baluardo rassicurante contro gli immigrati, dovrebbe preoccupare molto la Chiesa».  

Un video di Milano


Milan Dreaming from Francesco Paciocco on Vimeo.

Fin dove si dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito?

Ormai non fa più nemmeno notizia: la disoccupazione giovanile in Italia non accenna a scendere. Anzi, su base annua, continua a salire. Secondo i dati resi noti ieri dall’Istat è al 31%. Fin dove dovrà arrivare perché questo Paese si decida a far qualcosa e a farlo subito?
Forse qualcuno dovrebbe ricordare a politici, sindacalisti e amministratori di vario livello e colore che continuare ad ignorare il problema, ricordandosene solo per qualche slogan nei comizi, non farà cambiare direzione a questo trend. Ma soprattutto qualcuno dovrebbe ricordare loro che questo andamento ci porterà dritti dritti verso una situazione di gravissima insostenibilità sociale ed economica. Non si tratta solo dei giovani, ma di tutti noi. Per capirsi: dire che stiamo mangiando il futuro dei giovani è una sciocchezza. Perché in realtà stiamo mangiando quello di tutta la nazione, incluso quello di tante signore e signori che oggi guardano con compassione e commiserazione questi «poveri ragazzi». Perché tra dieci-quindici anni avremo qualche milione di adulti con scarsi stipendi, poca e probabilmente cattiva esperienza lavorativa, e quasi zero contributi cumulati. E avremo, di conseguenza, un Paese che non riuscirà a sostenere né crescita né spese sociali, perché avrà una forza lavoro che non sarà in grado, suo malgrado, di contribuire sufficientemente alla produttività, alle entrate e alla crescita. E che, anzi, avrà probabilmente bisogno di assistenza sociale. Continuare a dire che stiamo danneggiando il loro futuro, quindi, è miope e fuorviante. È come guardare un orto che avvizzisce e pensare «povere piantine», scordandoci che senza quelle piantine resteremo presto tutti senza mangiare.
È stupefacente come nessuno sembri rendersi conto della bomba che stiamo confezionando e su cui siamo seduti. E come molti ancora pensino che semplicemente mantenendo le tutele dei padri possiamo tutelare sia i padri che i figli, senza rendersi conto che così facendo rimandiamo solo il momento in cui entrambi salteranno con le gambe all’aria. E i primi assaggi li avremo presto, quando migliaia di lavoratori da anni in cassa integrazione resteranno scoperti. Perché la cassa integrazione straordinaria, lo sappiamo bene, non ha fatto che finanziare una lenta agonia, ma non ha reso né le aziende né i lavoratori più forti e competitivi sul mercato. E anche quella bomba, presto, esploderà.
Domani inizia il tavolo tra ministro del Welfare e parti sociali. I segnali «preparatori» di questi giorni non sono molto incoraggianti, con le parti sociali che hanno già lanciato veti e allarmi preventivi. I sindacati hanno messo le mani avanti su cassa integrazione e articolo 18, intoccabile perché questione di «civiltà» (qualcuno dovrà prima o poi dire a Francia, Danimarca, Spagna, Inghilterra e a molti altri Paesi europei quanto siano incivili). E anche Confindustria pare molto allarmata per l’ipotesi di riformare la cassa integrazione straordinaria - un costo di miliardi di euro che lo Stato si sta sobbarcando da anni per dare tempo alle imprese di «ristrutturarsi» (un tempo che però sembra non arrivare mai). La convergenza di interessi tra sindacati e industria su alcuni dei temi chiave della riforma che da domani sarà in discussione dà un’idea abbastanza chiara delle cause dell’ingessamento della nostra economia, e dell’incapacità di una buona parte del nostro sistema produttivo di aprirsi ai giovani così come alle nuove tecnologie e all’innovazione.
È in parte comprensibile che una parte sociale che ha impostato tanta parte della sua ragion d’essere sul tema della difesa del posto di lavoro prima ancora che del lavoratore in sé (perché prima si difende il posto, l’«inamovibilità», poi si parla di formazione, crescita, competenze etc.) sia pronta a dar battaglia sul comma di un articolo. Così come può essere comprensibile che un’associazione di industriali che tanto hanno beneficiato (e spesso approfittato) degli aiuti dello Stato siano adesso spaventati da riforme che potrebbero rendergli la strada più difficoltosa. E c’è da riconoscere che la crisi non ha aiutato: con essa sono aumentate paure e insicurezze, ed è più facile per rappresentanti politici e di categoria cavalcare certe paure che assumersi la responsabilità di un’azione coraggiosa che le sfidi.
Ma quando domani si troveranno tutti allo stesso tavolo per discutere una riforma che, pur non essendo l’unica soluzione al problema dei giovani, rappresenta un tassello fondamentale dell’insieme di misure che il governo sta attuando, c’è da sperare che le varie parti ritrovino questo coraggio. E che preferiscano sfidare le paure e gli interessi di parte per il bene comune, piuttosto che restare schiavi di un copione che l’Italia legge ormai da troppi anni.

Vent'anni dopo "Mani pulite"

Di lo Scorfano:

Forse, per chi come me aveva allora poco più di vent'anni, è inevitabile ripensare in questi giorni a quello che rappresentò, in quella nostra strana porzione di giovinezza, la stagione di «Mani pulite». È inevitabile perché la nostra educazione sentimentale, civile e politica si stava appena compiendo e strutturando, quando quella tempesta ci travolse e ci lasciò quasi tramortiti, nella difficoltà di comprendere e interpretare i fatti, le accuse, le possibili soddisfazioni e le preoccupazioni che forse avremmo dovuto avere. Fu «Mani pulite» invece, di botto. Furono i giudici sulle copertine dei settimanali e, credo io, fu quello che cambiò per sempre il nostro modo di vedere la politica.
Innanzitutto perché dopo «Mani pulite» fu Berlusconi, e questo, credo, è il caso di non dimenticarselo mai: che anche il berlusconismo è, almeno in parte, figlio (o figliastro) di quella stagione. Che per alcuni (che non fummo mai noi personalmente, ma questo poco importa) la novità attesa e invocata si incarnò proprio nel nostrano magnate dei media, nel padrone di quelle televisioni che già nel decennio precedente avevano inesorabilmente mutato l'immaginario comune e collettivo degli italiani. Mutazione che, forse, preparò in parte il terreno a quella disgregante stagione giuridica.
Ma non solo per questo, però. Perché, mi pare, ci fu un errore che quelli come me (e con ciò intendo dire i più ingenui tra coloro che a quel tempo, 1992, avevano poco più di vent'anni) commisero di fronte all'ondata tempestosa e trascinante di «Mani pulite». E l'errore più clamoroso fu quello di pensare che la corruzione fosse un problema esclusivo della classe politica e che dunque da lì andasse prima di tutto estirpata e debellata. Era un'equazione che ci venne comoda e facile (e che venne comoda e facile anche ad altri, ben meno ingenui di noi, altri che scrivevano sui giornali): la classe politica rappresentava il peggio dell'Italia, era il peggio dell'Italia. Mentre la «società civile» era meglio della classe politica e non era per niente corrotta.
Forse, a rifletterci con calma, i vent'anni che sono seguiti ci hanno insegnato proprio questo: che non era vero. Che non era solo un problema di classe politica, che le mani sporche non erano soltanto quelle dei politici e degli imprenditori più in vista. Forse avremmo già allora potuto mettere in dubbio, con forza, alcuni dei tipici costumi nazionali e non sentirci del tutto innocenti. E magari anche capire che, almeno in parte, la corruzione era un fenomeno che permeava la società, anche quella cosiddetta civile, che era almeno in parte la cifra caratteristica di un mondo che stavamo costruendo. E che accusare qualche politico e qualche amministratore (e poi anche liberarcene, come in parte è anche avvenuto) non sarebbe bastato.
I dati sulla corruzione, resi noti in questi giorni, ne sono la conferma: fummo miopi e fummo ingenui. La classe politica non poteva essere assolta, questo è ovvio; e meno male che «Mani pulite» ci fu, anche questo a me pare ovvio. Ma forse noi non avremmo dovuto mai fermarci agli avvisi di garanzia e alla spettacolarizzazione di certi processi, sentendoci puri e innocenti. Forse c'erano anche altri conti da fare, ben più impegnativi, e preferimmo non farli.
A volte sentirsi sudditi è comodo: le colpe sono di chi governa, magari «a nostra insaputa». Ma in realtà sudditi non lo siamo stati mai; e le nostre mani, per quanto giovani, non erano immuni dalla futura possibile sporcizia. A distanza di vent'anni possiamo cominciare, forse, a dircelo.

Propaganda politica ai minorenni

Scopro su Facebook che la Lega Nord Cermenate iscrive minorenni (molto minorenni, minori di 16 anni) al proprio gruppo. Non si limita a permettere l'iscrizione a chi lo chiede, utilizza la funzione che iscrive le persone a un gruppo semplicemente avvisandole che è stata fatta.
Un comportamento decisamente vergognoso (come lo era il distribuire palloncini col simbolo di partito a Lazzate).

venerdì, febbraio 17, 2012

... pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ...


Nessuna impresa che dipenda, per il suo successo, dal pagare i suoi lavoratori meno di quanto serva loro per vivere ha diritto di sopravvivere in questo Paese.

(Franklin Delano Roosevelt)

Giorno del ricordo a Lazzate


mercoledì, febbraio 15, 2012

Tanto non cambia niente

Spesso sento dire "tanto non cambia niente". C'è chi non dice "tanto non cambia niente". Prendete Martin Luther King o Nelsonm Mandela. O il tipo di questa foto:

Prendersi il tempo

Proprio vero:
Il linguaggio aiuta a capire meglio la realtà, non solo a fissarne qualche punto. Le altre lingue aiutano a capire meglio alcuni meccanismi, non solo a segnare qualche punto. Così, per esempio, sapere che in inglese per "trovare il tempo" lo si deve "prendere" (infatti si dice "to take the time") è utile per rifornirsi della determinazione necessaria a dettare i comportamenti giusti, quelli che ti evitano di rimandare i contatti affettivi a momenti migliori che non arriveranno mai da sé.Pensa a quel che conta davvero e agisci subito. 

La politica va a Canossa


martedì, febbraio 14, 2012

lunedì, febbraio 13, 2012

La falsa leggenda dei ragazzi bamboccioni

Ilvo Diamanti su Repubblica:
Non è chiaro cosa sia successo ai giovani. Divenuti, all'improvviso, impopolari. Bersaglio di battute acide e ironiche. Da quando, nel 2007, Tommaso Padoa-Schioppa, allora ministro dell'Economia e delle Finanze nel governo Prodi, invitò le famiglie a mandarli fuori di casa.
I  "bamboccioni". Incapaci di crescere, di assumersi responsabilità, di conquistarsi l'autonomia. I giovani. Fino a ieri simbolo del futuro, del progresso, del domani che è già qui. Motore dell'economia: consumo e consumatori. Sono passati di moda, molto in fretta. 
Sulla scia di Padoa-Schioppa, nelle ultime settimane, altri "professori" e altri "tecnici di governo" li hanno presi di punta. Un vice-ministro ha definito "sfigati" gli studenti  -  o sedicenti tali  -  che, a 28 anni, non si sono ancora laureati. Mentre il Presidente del Consiglio ha affermato che i giovani devono scordarsi il lavoro fisso a vita. Perché, fra l'altro, è "monotono". E la ministra Cancellieri ha recriminato sui giovani che pretendono "il posto fisso nella stessa città, vicino a mamma e papà". 
Così i giovani hanno smesso di rappresentare il "futuro" e sono divenuti simbolo della resistenza al cambiamento e alla modernizzazione. Al pari di altre categorie. I tassisti e i notai. I pensionati e le pensioni. I sindacati e il famigerato articolo 18. I "politici". 
I giovani: sono invecchiati in fretta, nella rappresentazione pubblica. Un freno alla modernizzazione. Nel discorso tecnocratico. Ma anche nella retorica mediale, trainata dai talk show e dall'infotainment. Le loro proteste, nelle scuole e nelle piazze, per questo, vengono etichettate come battaglie di retroguardia. I giovani: gli irriducibili del posto fisso. Eredi del sistema di garanzie ottenute negli anni Settanta. Divenute, oggi, vincoli.
Tuttavia, non è chiaro di cosa siano, davvero, responsabili. Di quali colpe si siano macchiati. I giovani. A guardare dati e statistiche, a leggere le loro storie, molte "accuse" nei loro riguardi appaiono, francamente, prive di fondamento. 
I giovani devono scordarsi la monotonia del posto fisso, si dice. E il 30% dei giovani, in effetti, vorrebbe un lavoro sicuro (Demos-Coop, maggio 2011. Un dato analogo a quello proposto da Mannheimer ieri sul Corriere). Ciò significa, però, che il rimanente 70% antepone altri requisiti. Non ritiene il lavoro fisso una priorità. Peraltro il 65% dei giovani occupati (Demos-Coop, maggio 2011) considera il proprio lavoro "precario" oppure "temporaneo". E il 60% pensa che, fra uno-due anni, avrà cambiato lavoro. 
D'altronde, il "posto fisso", per loro, di fatto non esiste. Anzi, per molti giovani, non esiste neppure il lavoro. L'Istat, nelle settimane scorse, ha stimato il tasso di disoccupazione giovanile oltre il 30%. Il più alto dell'Eurozona. (Ma è molto più elevato tra le donne e sale al 50% nel Mezzogiorno). 
Le statistiche ufficiali, inoltre, valutano il peso dei lavoratori atipici e irregolari oltre il 30% tra i giovani (e intorno al 15% nella popolazione). Ma il fenomeno più significativo è riassunto dai "Neet" (acronimo della definizione inglese: Not in Education, Employment or Training). Quelli che "non" lavorano e "non" studiano. Sono oltre 2 milioni e 200 mila. Sospesi. Sulla soglia, fra studio e lavoro. Senza riuscire a entrare né di qua né di là.
Difficile considerarli "partigiani del posto fisso". Visto che di fisso hanno solo la precarietà. Ma anche l'indisponibilità a lasciare la famiglia e la casa di origine mi pare una leggenda. 
Tutti quelli che possono, durante il percorso universitario, se ne vanno lontano. Svolgono un periodo di studi (utilizzando il programma Erasmus) in Università straniere. Svolgono stages, dottorati, corsi di formazione e perfezionamento in diverse città italiane, europee. Americane. D'altronde, 6 persone su 10 ritengono, ragionevolmente, che per ottenere un lavoro adeguato alle proprie competenze e per fare carriera, i giovani debbano andarsene dall'Italia (Demos-Coop, maggio 2011). 
Una convinzione che cresce particolarmente fra i più giovani. Alcuni anni fa (Demos 2004), oltre quattro giovani su dieci, residenti nel Mezzogiorno, si dicevano pronti a trasferirsi nel Nord o all'estero, pur di trovare lavoro. Difficile trattare da "bamboccioni" i giovani italiani. Che, al contrario, si sono ormai abituati a una vita da precari, al lavoro "temporaneo". Ma proprio per questo utilizzano la famiglia e la casa di famiglia come una risorsa. Un salvagente. Una stazione di passaggio. 
Peraltro, non è facile staccare i giovani da casa, allontanarli dalla famiglia, in un Paese "immobiliare" come il nostro. Dove quasi 8 famiglie su 10 hanno la casa in proprietà. E il 20% ne ha almeno due. Dove il mercato degli affitti è limitato e caro. Basti pensare al costo di un posto letto per gli studenti universitari. 
Per questo non è chiaro perché a "liberare" l'Italia dal peso del passato debbano essere proprio loro. I giovani. Quegli "sfigati". 
Come se la società e il mercato del lavoro fossero davvero "aperti", regolati dal merito. Non è così. Lo dimostrano molte ricerche. Dalle quali emerge che, secondo 7 italiani su 10, le diseguaglianze sociali dipendono, soprattutto, dalla famiglia e dalle amicizie (Demos per Unipolis, gennaio 2012). D'altronde, lo pensano anche gli imprenditori, cioè, i "datori" di lavoro (Demos per Confindustria, gennaio 2010). I quali, per primi, tendono a riprodursi per via familiare. (Come le "classi dirigenti", d'altronde: professori universitari, giornalisti, politici, liberi professionisti....).
Perché prendersela con i giovani, "questi" giovani? In via di estinzione, dal punto di vista demografico. Perché non hanno futuro: 8 persone su 10 si dicono certe che i giovani non miglioreranno la posizione sociale dei loro genitori. Ancora: il 50% dei giovani (ma di più, tra gli studenti universitari) pensa che sia necessario stipulare un'assicurazione integrativa, perché non disporrà mai di una pensione (Demos per Unipolis, gennaio 2012). 
Questi giovani "sfigati". Senza pensione. Per molto tempo, per sempre, faranno un lavoro atipico e precario. Sicuramente non "monotono". E, per pagare il debito pubblico accumulato da decenni, dovranno sopportare grandi sacrifici. Per molto tempo ancora.
Forse, il motivo di tanto accanimento è proprio questo. Perché se il mercato del lavoro è chiuso, il debito pubblico devastante, il sistema pensionistico in fallimento, il futuro dei giovani un buco nero, non è per colpa loro, ma delle generazioni precedenti. Dei loro padri e dei loro nonni. Della generazione di Monti, Fornero e Cancellieri. Della "mia" generazione. Forse è per questo che ce la prendiamo tanto con i giovani.Per dimenticare e far dimenticare che è colpa nostra. 

domenica, febbraio 12, 2012

Leadership

Nel mio ateneo sia fa un gran parlare di leadership (e di come insegnare agli studenti a essere i leader di domani).
Visto il rispetto che la classe universitaria gode attualmente credo potremmo cominciare a dire loro di evitare di fare tutto quello che abbiamo fatto noi.
Credo però il contributo migliore lo abbia dato il mio collega Gianpaolo:
Cercherei definizioni migliori di leader qui:http://search.dilbert.com/search?p=Q&srid=S3-USESD01&lbc=dilbert&ts=custom&w=Leadership&uid=613514628&method=and&isort=date&view=list&filter=type%3acomic&srt=0

Ad esempio:

La nuova legge elettorale?

Volevo commentare la proposta di nuova legge elettorale descritta in questo articolo.
Non ce la faccio. Fa troppo schifo.

L'uomo sulla banconota

Segnala Pippo:

Credo che per chi è nato dopo il 1980 questa immagine non abbia grande significato.

L'uomo sulla banconota è stato segregato e incarcerato per ventisette anni da un regime che ufficializzava il razzismo. Sembrava impossibile avrebbe visto finire quel regime. Invece in modo (quasi del tutto) pacifico il regime è crollato e senza si passasse attraverso vendette sanguinose il Sudafrica è diventato un Paese democratico e l'uomo che ha fatto 27 anni di carcere ne è diventato presidente.


Nelson Mandela è un simbolo per la mia generazione perché ha mostrato che le cose cambiano, davvero. 

Il tram o le scritte in lingua straniera?

A Limbiate il sindaco De Luca (un medico sostenuto dal centrosinistra) ha combattuto una battaglia per difendere il tram che porta a Milano ed è riuscito a salvarlo evitandone la cancellazione.

Invece i leghisti (secondo certa mitologia celtica vicini ai bisogni veri della gente) hanno lottato per vietare di vendere piatti con nomi stranieri non abbastanza conosciuti agli Italiani (legge che porterà l'importante risultato di cambiare nome al McFlurry) o per rifiutarsi di ricevere 18 milioni per riqualificare un quartiere di Monza per non fare un regalo agli stranieri (anche se il quartiere è abitato per l'87% da Italiani e per il 13% da stranieri) o per impedire ai cittadini islamici di venire seppelliti al cimitero.

Ogni tanto mi sento dire la frase "Tu dici così perché sei del PD" o "Tu dici così perché sei di sinistra". Come se uno "fosse di un partito". Io sostengo il partito e sto nel partito che più coincide coi miei ideali. E se devo scegliere tra chi si batte per il tram dei pendolari o contro le scritte in lingua straniera non ho molti dubbi su quale sia la parte giusta.

Gramellini da Fazio

sabato, febbraio 11, 2012

«Sono furioso. Non si trattava di costruire casette per i poveri, ma di rilanciare e integrare una fetta di città»

«Sono furioso. Non si trattava di costruire casette per i poveri, ma di rilanciare e integrare una fetta di città.» 
Stefano Carugo, consigliere regionale del PDL, già assessore ai Servizi sociali del Comune di Monza, commentando il rifiuto del sindaco Mariani dei soldi per riqualificare un quartiere della città
Però, caro Carugo, se sei furioso di stare con certe persone, puoi anche smettere di essere loro alleato.

venerdì, febbraio 10, 2012

Il sindaco di Monza rifiuta 18 milioni che servirebbero a rendere Monza migliore

Il sindaco di Monza avrebbe avuto a disposizione 18 milioni di euro per rendere la città migliore, ma ha preferito rifiutarli:
La sistemazione dell’area rientra nel programma “Contratti di quartiere” varato dal Pirellone per rilanciare, sia dal punto di vista edilizio sia sociale, zone degradate. Siglato nel 2009, il progetto monzese prevedeva 309 alloggi a canone sociale e un edificio polifunzionale. Ma anche, e soprattutto, la formazione di assistenti familiari e custodi sociali, oltre a corsi di mediazione culturale e linguistica. Un’idea che in altre città della Lombardia ha dato buoni risultati, ma a cui Monza ha rinunciato la scorsa settimana. Il sindaco e il direttore generale del Comune, Mauro Ronzoni, si sono presentati nell’ufficio di Domenico Zambetti, assessore regionale alla Casa, per annunciare il passo indietro.
 La cosa non dovrebbe stupire perché, come dicono gli amici di On the Nord
Mai un investimento volto a favorire l’integrazione, diamine. Invece di pensare a risolvere i problemi, i leghisti tendono da sempre ad esasperarli. Giocano da anni con il fuoco, senza preoccuparsi minimamente delle conseguenze. E i danni, già visibili, si protrarranno nel lungo periodo.
La Lega vive di odio. Basta ascoltare qualsiasi discorso di uno di loro: si citerà qualcuno da odiare (terroni, stranieri, ...), poi si scaricheranno tutte le colpe sul capro espiatorio, poi qualche urlo, qualche parolaccia e qualche dito medio. Fine. Nessuna proposta concreta. Mai. Se si risolvono i problemi l'odio scompare. E poi di che parlano questi parassiti che non hanno mai realizzato nulla? Basta dire che il loro leader è stato ministro per le riforme e non ne ha proposta una che sia una.

Anche per questo a Monza dobbiamo tutti impegnarci per un sindaco diverso.

giovedì, febbraio 09, 2012

I frignoni della stampa

Un insieme di parassiti si lamenta del taglio ai fondi dell'editoria: una legge impedisce di foraggiare coi nostri soldi giornali che non interessano ad abbastanza persone per poter sopravvivere.
Questa battaglia parassitaria è riuscita anche a unire vecchi amici che si erano separati come Giuliano Ferrara e Il Manifesto e loro vecchi nemici.
Mi spiace per loro, ma è ora di cominciare a capire che i soldi pubblici servono a dare servizi, non a mantenere parassiti.

Liberalizzazioni e vantaggi per i cittadini

Quelle del Governo Monti non sono le prime liberalizzazioni fatte in Italia:

Il governo Prodi, con Bersani ministro, batte Monti. Almeno sulle liberalizzazioni.
[...] ha fatto di più e meglio per aprire il mercato italiano, per ridurre i prezzi per i consumatori e migliorare i servizi
[...] Bersani, tra il 2006 e il 2007, ha abolito i costi fissi per le ricariche telefoniche (2 miliardi di risparmi l'anno per i consumatori), ha aperto il mercato delle parafarmacie, ha eliminato le spese fisse per la chiusura dei conti correnti bancari e dei depositi titoli, ha tolto ai notai l'esclusiva negli atti di compravendita delle auto. Monti è intervenuto sulle assicurazioni, sulle banche, sui taxi, sulle farmacie, sui distributori di benzina, sui notai e anche sugli avvocati
[...] Proprio l'Ania ha ricordato ieri che i costi "sono alti", ma anche nel 2011 l'incremento dei costi per le polizze Rca auto è stato di circa il 5 per cento. Ha invece funzionato il risarcimento diretto, stabilito dall'allora ministro delle Attività produttive, con tempi medi di liquidazione tra i 30 e i 60 giorni.
[...] stabilì l'obbligo di installare tabelloni comparativi dei prezzi dei carburanti lungo le principali strade e autostrade. Un pizzico di potenziale concorrenza. 
Insomma, c'è chi di liberalizzazioni può parlare avendone fatte (e avendo dato dei vantaggi reali ai cittadini) e chi può solo rosicare perché ha solo parlato parlato parlato...

mercoledì, febbraio 08, 2012

Brutti tristi e infelici: il governo tecnico

Di lo Scorfano (riflessione interessante su cui non concordo in pieno):

Io lavoro lontano da casa dei miei genitori. Mi sono spostato a diciannove anni (da loro incoraggiato e finanziato, peraltro) e non sono più tornato. Ho cambiato, in venticinque anni, una dozzina di case e almeno otto comuni di residenza: mia madre e mio padre non hanno mai visto molti di questi luoghi, anzi, a pensarci bene, ne hanno visti soltanto due. Ora abito sul lago, dove ho comprato una casa, ma per molto tempo sono stato in affitto a Milano, a Brescia, a Piacenza e in altri piccoli paesi del Nord dell'Italia, dove il lavoro mi portava. E, devo dirlo, mi è anche piaciuto questo moderno e confortevole nomadismo.
Adesso però c'è qualcosa che mi pesa, quando ci penso. C'è che i miei genitori sono invecchiati e non sempre stanno bene. Mio padre è già stato operato, è cardiopatico, ha più di settant'anni; mia madre invecchia rapidamente. E ogni tanto li penso, loro due lì da soli, nella casa in cui mi hanno cresciuto pensando solo al mio futuro, e il cuore si stringe a me, e mi pare brutto non poter fare qualcosa per loro, dopo tutto quello che loro hanno fatto per me. Certo, non sono abbandonati: c'è mia sorella, che invece è rimasta a casa e li ha felicemente resi nonni, che si può occupare di loro. Ma se non ci fosse lei, sarebbero guai: perché, purtroppo è così, le badanti costano care e i servizi sociali del comune non sono esattamente un modello di efficienza.
Poi, tornando a me, è vero che ho un posto fisso, ma è anche vero che il mio posto fisso ha meno di dieci anni e che è stato sempre accompagnato da un bel po' di posti mobili. Io ho insegnato nelle scuole private, prima di vincere il concorso nella scuola pubblica; ho lavorato per due università e per almeno una decina di case editrici, ho tenuto centinaia di conferenze e una manciata di corsi di aggiornamento. E poi, sorpresa e godimento degli economisti di ogni ordine e grado, una volta ho anche aperto una piccola impresa, diciamo così.
In realtà era un'associazione culturale, fondata da me e altri due amici: con pochi soldi investiti per affittare qualche locale, abbiamo messo su dei corsi serali sulle discipline che conoscevamo, abbiamo assunto (a contratto) delle altre persone che tenessero altri corsi e abbiamo raccolto iscrizioni a pagamento. Alla fine abbiamo chiuso, dopo quattro anni: non ci abbiamo perso ma nemmeno guadagnato molto, giusto qualche migliaia di euro a testa. Che in quattro anni non è proprio una ricchezza. Ma insomma, quello che intendevo significare è che il mio posto fisso non è stato così fisso e monotono come potrebbe apparire. È stato anche altro, e si è accompagnato con altro; e non so se questo debba rendermi soddisfatto di non essermi annoiato, non lo so davvero.
Perché, ed è questo il punto, non è mica la noia, il punto. Non è la monotonia e non è il lontano da casa, non sono mica queste vane stupidaggini. Il punto, ovviamente, è sentirsi, per quello che si riesce, un po' felici. E né il lontano da casa né l'allegria infinita del cambiare lavoro una volta all'anno, mi pare, hanno molto a che fare con questo: con il sentirsi, per quanto possibile, quel po' felici. Ed è questo quindi il punto che mi lascia perplesso, che mi fa pensare, che mi induce al dubbio, che mi fa storcere la bocca davanti ai giornali squadernati sul mio tavolo o alla televisione accesa in salotto.
Perché pare a me, e può darsi benissimo che mi sbagli, a me pare chiaramente che il Presidente del Consiglio e poi il ministro degli Interni e poi il ministro del Lavoro parlino di tutto tranne che di questo. E che non sia soltanto questione di economia e di tecnocrazia, ma che loro lo pensino davvero: che uno per non annoiarsi debba cambiare davvero lavoro e che per essere un uomo (o una donna) nel senso pieno del termine, debba allontanarsi dalla casa materna. E che chi non lo fa, chi non cambia lavoro e non si allontana dalla mamma, sia, per usare un altro felicissimo termine governativo e tecnocratico, uno sfigato.
Cioè, che non sia una necessità (perché, badate bene, lo so anch'io che, purtroppo, per i venticinquenni, è una necessità; purtroppo), ma che sia una gioia, tutto questo, che sia proprio la ricetta per vivere bene ed essere soddisfatti di sé, e che le altre ricette siano superate, appartengano al passato, che sia «bello» che sia così. E che la felicità sia appunto, secondo loro, questa che io chiamo necessità: lavorare, sbattersi, muoversi, realizzarsi, trovare lavoro, cambiare lavoro, guadagnare qualche soldo in più, andare all'estero, sbattersi, lavorare, stare lontano di genitori, stare lontano dalla fidanzata o dalla moglie (se cambi lavoro, è raro che tu lo possa trovare sempre nello stesso posto) e però fregarsene, dei genitori e della fidanzata, perché la felicità è sbattersi, lavorare, cambiare lavoro, stare lontani da casa, lavorare. Io, insomma, ho il sospetto che lo pensino davvero; e che siano così poveri (mi scuso per l'aggettivo) da pensarlo davvero. E che le gaffes non siano gaffes, ma lapsus rivelatori di un mondo, di un'intimità tutta loro. E questo mi dispiace.
Perché, vi dico la verità, oltre a provare un po' di sofferenza per i miei genitori vecchi e lontani da me, oggi, se arrivasse qualcuno e mi offrisse finalmente il lavoro dei miei sogni a mille chilometri da qui, io gli direi di no.
Perché qui ho i miei amici, perché qui c'è la mia ragazza che non può spostarsi (lavora anche lei, non è mica un bagaglio), perché questa è la mia vita (la nostra vita). Anzi, è la mia felicità. Fatta in parte (piccola) del mio lavoro, e soprattutto fatta dei miei affetti. E io, un po' noioso come sono, devo anche confessare di essere un uomo felice: ora che l'associazione culturale è chiusa, ora che l'editoria è un mondo da cui sono sempre più lontano, ora che di conferenze ne faccio sempre meno, ora che corsi di aggiornamento non ne tengo più. Proprio ora sono molto felice, e mi sento bene. E forse non è nemmeno un caso che io sia così felice: se nel frattempo ho smesso di sbattermi lavorare sbattermi cambiare casa sbattermi eccetera.
E dunque a me non piacciono certe dichiarazioni, siano esse gaffes o lapsus. Non mi piace la miseria (mi scuso per il sostantivo) che ho il sospetto che stia dietro a quelle dichiarazioni, non mi piace l'intimità piccola e asfittica che esse rivelano, mi dispiace per loro, lo trovo triste, li trovo tristi. Li trovo miseri e stupidi. E senz'altro, come qualche mese fa, io penso ancora che abbiamo bisogno di loro, per risollevare un po' i conti pubblici di questo paese. Ma, anche se so che ne abbiamo bisogno, vi dico l'ultima verità, mi stanno pesantemente antipatici, non li ascolto, non li voglio più vedere e sempre più spesso mi scopro a pensare: «Che facciano il loro lavoro, da tecnici competenti come dicono di essere, e che poi si levino dai piedi, che non li voglio vedere più, fuori da casa mia».
Ecco, l'ho detto. I tecnici mi sembrano davvero poca cosa, l'ho detto. Molto probabilmente ne abbiamo bisogno, ma mi sembrano brutti tristi e infelici. E dicono cose che mi fanno quasi ribrezzo: perché tutto sembra lavoro e tutto il resto sembra inutile, mentre tutto il resto sono le persone, i luoghi, gli affetti, l'amore. E allora mi sento uno che ha bisogno di queste persone «tecniche» che gli fanno ribrezzo e non è affatto una bella sensazione: e non so quanto tempo potrò metterci a perdonare noi (la politica, cioè noi) che siamo arrivati al punto di avere bisogno di gente che sembra così brutta, così triste.
(E non mi dite che «almeno sono meglio di quelli che c'erano prima»: questo non è un argomento, questa è solo una conferma del fatto che è colpa nostra.)

martedì, febbraio 07, 2012

Cose che accadono se governa la destra italiana

Cose che accadono se governa la destra italiana:

1) i governatori di regione si costruiscono palazzi da 570 milioni con tanto di eliporto

2) se nevica o fanno i brillanti, o buttano il sale sbagliato, o fanno lo scaricabarile o la buttano in xenofobia

Curioso che a farsi governare da gente così si rischi il default...

Italiani mammoni?

L'uscita del ministro Cancellieri sui giovani italiani che vogliono un posto vicino a mamma è stata parecchio infelice (e lei stessa se n'è scusata). Però diciamoci la verità: i giovani italiani sono nettamente divisi in due: quelli che sono disposti a lasciare casa, famiglia e amici per trovare un lavoro e una vita dignitosa e quelli che fanno telefonare la mamma in università.
Ciò detto, gradiremmo da questo Governo (e dal prossimo, perché la questione se mai sarà affrontata richiederà anni) è che cominci a fare qualcosa per dare un'opportunità ai giovani nel nostro Paese.
Perché è facile stare lontani da mamma nei Paesi in cui esiste uno stato sociale vero.
Ma se vivi in un posto dove o c'è la nonna a curare i nipoti o devi cercare un asilo nido che non c'è e se c'è è carissimo e se il bimbo ha mezza lineetta di febbre ti chiamano, come fai a scegliere di allontanarti da mamma per cercare opportunità?
Come esci da casa se non sai nemmeno se avrai un reddito nei prossimi due mesi?
Come esci di casa se non abitare coi tuoi vuol dire sopravvivere con una miseria e l'impossibilità di mettere via qualche risparmio?
Se un giovane che lavora in quattro-cinque anni si trova esattamente nella stessa situazione del giovane mantenuto perché per pagarsi affitto e mantenimento si è speso tutto ciò che ha guadagnato e comunque non ha né garanzie né prospettive, perché dovrebbe essere davvero motivato a farlo?
Repubblica ha raccolto le storie degli Italiani all'estero (circa quattro milioni sono gli iscritti all'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (AIRE), molti di più sono i nostri connazionali, soprattutto giovani, che da meno di dieci anni vivono in un Paese diverso dall'Italia). Compito di chi governa è fare in modo che quello che hanno trovato queste persone fuori dall'Italia diventi possibile anche qui, non è incoraggiare l'esodo.

lunedì, febbraio 06, 2012

Gli uomini e le escort

Di Silvia Del Pra'

Escortforum è stato uno dei miei passatempi preferiti, il mio buco della serratura per la mente maschile, per il diverso; non è il solito sito di annunci privati: gli utenti possono recensire le ragazze, denunciare foto ritoccate, discutere, conoscersi. I nick vanno da tenerorso a sventrapapere68, da j.holmes74 a piùgrossodirocco, i mestieri dall’operaio al medico, gli argomenti dal per chi votare alle prossime elezioni a un evergreen che ricompare puntualmente: perché paghi una escort – quando (almeno a sentir loro) i protagonisti non avrebbero alcuna difficoltà a conquistare una donna. Questo mi ha fatto ricordare un pensiero concepito da bambina, quando, vicino a casa mia, l’offerta di sesso da strada si era ridotta a qualche anziana prostituta senza denti. C’era stata la liberazione sessuale, il femminismo, gli anni settanta: le amiche di mia madre parlavano di avventure, andavano agli appuntamenti. Mettete insieme le due cose, filtratele attraverso la mia mente candida, e avrete questa teoria: che presto il mondo del sesso a pagamento sarebbe stato dimenticato, ultimo residuo di una società che frenava la libera espressione del piacere, reprimeva le donne e impediva un reale incontro tra i sessi.
A sentire gli utenti di escortforum, però, il punto non è quello: e non è neanche che “paghi una donna non tanto per averla, ma per mandarla via quando hai finito”, come scrive uno di loro, o che, se ti tocca offrire tre cene, alla fine spendi lo stesso (cinici e misogini dichiarati sono la minoranza), il punto è il bilancio familiare, la vita di coppia. Sì, siamo nel solito film dell’Italia di provincia – un marito, una moglie, dei bambini, lo sguardo di lui che a fine serata indugia malinconico sul cortile interno… – e la maggior parte ammette di ricorrere a una professionista perché ama sua moglie. La passione è svanita, lei non concede più variazioni, ma un’amante sarebbe un rischio troppo grande: quanto soffrirebbe lei, se mai lo scoprisse con la segretaria?
C’è però un altro motivo che si affaccia in queste pagine: non sono solo i diversivi ad attrarre, ma quella straordinaria facilità delle escort a provare piacere, la loro abilità a democratizzare lo stallone, a farti sentire, per qualche ora, un Rocco. A differenziare le escort dalle ragazze che stanno sulla strada, non è una maggiore bellezza, è il contesto. Un minimo di conversazione introduttiva, una casa carina, un quartiere signorile, una doccia, un massaggio, l’orgasmo femminile, meglio se multiplo – se si dà ascolto ai clienti, quello della escort è il lavoro più invidiabile che esista: raggiungono tra i tre e i cinque orgasmi a rapporto, e, alla fine, non solo non ringraziano colui che ha regalato loro tanto piacere, ma si fanno dare anche trecento euro.
Anche se poi, F., quando parlava dei suoi clienti, non usava tanto l’espressione grande amatore, quanto l’aggettivo tirchio. F. era un’ex segretaria, trentott’anni, escort da tre: obiettivo minimo, arrivare a tirar su settecento euro al giorno; obiettivo alto: fama, tv, Grande Fratello. Non sarebbe stata certo la prima a sfondare a quarant’anni – e allora suo padre (un ex operaio che lei nominava ogni cinque minuti, in un vertice di odio, amore e desiderio di riconoscimento) avrebbe capito che donna era, sua figlia. Fino a una certa età, F. aveva pensato che la provincia, un compagno e un lavoro fossero una vita decente: poi col compagno s’era lasciata – lei non voleva figli, lui non aveva ambizioni – l’azienda dove lavorava era fallita, ai colloqui a cui si presentava veniva automaticamente bollata, a trentacinque anni, come troppo vecchia. Così, ha scattato le foto, si è aperta il sito, si è spostata a Roma per essere più vicina “alla gente che conta”: tanto, di cose strane ne aveva fatte già, sesso di gruppo, scambio di coppia. Il vero problema? Le cinesi, che devastano il mercato con prestazioni in casa a dieci euro.
Offresi nuove esperienze erotiche ed artistiche; donna raffinata, di cultura enciclopedica; vera dama di compagnia, classe ed eleganza; è possibile conversare di arte e di musica; sui siti delle escort non ce n’è una che non si definisca amante della cultura, come se ciò che conta fosse tracciare una linea netta tra loro e le prostitute, tra i loro clienti e quelli che chiedono “quanto vuoi?” a lato degli stradoni decadenti – ed è deludente cliccare sulle foto e, invece di trovare Juliette Binoche intenta a leggere de Sade, scoprire le solite immagini sgranate di vagine in primo piano o signore a quattro zampe. Ma, per quanto anche F. si definisse di alto livello socio-culturale, in casa sua non c’era un libro, la scuola l’aveva piantata a sedici anni: a lavar via lo squallore ci pensava il Rolex, il Mac sul tavolino, i bastoncini di incenso. Sembrava di essere nella sala d’aspetto di un centro estetico, almeno finché lei non è arrivata con lo strap-on, una cintura che terminava in quindici centimetri di fallo; ci sono tipi che mi chiedono di usarlo su di loro, mi ha detto: solo in quel momento mi sono ricordata che il suo mestiere aveva a che fare con questo. “E te, ti vedi con qualcuno?” mi ha chiesto, mentre la conversazione si spostava verso zone più intime: “E’ qualcuno di importante? Ti fa regali? Mica è un tirchio?”
Anche un’altra escort, L., morbida signora sui quarant’anni, dava per scontato che i rapporti tra sessi si basassero solo su questo; e, dopo avermi riempita di consigli (gli stessi che poteva darmi mia nonna: gestisci tu il gioco ma fagli credere che sia lui a comandare; non farti mai vedere troppo intelligente…), mi ha congedata con questa massima: “gli uomini sposano solo le brave ragazze, ma noi leonesse dobbiamo imparare a infilarci nei loro letti e a trarne vantaggio” .
Non era facile comunicare con loro. La candida bambina di ieri si stava ribellando; la donna di oggi cominciava a sentirsi un’imbecille; gli uomini del forum non mi divertivano più, anzi; e le mie escort mi avrebbero sicuramente schiaffeggiata, se mi avessero vista, poche ore dopo averle incontrate, dividere per due il conto al ristorante. Così, ho deciso che su questo argomento non sarei andata più a fondo.
Solo F. non ha mollato: e, convinta che io fossi quel deus ex machina capace di regalarle la ribalta, ha deciso di sedurmi con l’unica filosofia che conoscesse – l’equo scambio. Prima si è offerta di presentarmi un numero imprecisato di “amici importanti”, poi mi ha annunciato che avrebbe fatto pubblicità sul suo sito al mio libro appena uscito (ndr sulla scuola) – e il suo tono diventava sempre più aggressivo mentre ripeteva: “guarda che prima o poi io sfondo”. Infine, mi ha chiamata per dirmi che avrebbe fatto la conduttrice di una sagra di paese: visto? Era il primo passo. “Capisci che ti conviene farlo su di me il libro? E’ uno scambio giusto. Tu mi fai pubblicità, poi io vado in tv e te vendi. Perché non vuoi più scrivere? Sarai mica innamorata? Ma almeno è uno importante?”

La politica energetica dell'Italia

Di fronte ai rischi dovuti all'aumento di consumo di gas causato dal grande freddo c'è chi cerca soluzioni efficaci
Innalzare l’efficienza energetica delle abitazioni europee, di circa il 30%, entro il 2015? Ci sta lavorando il progetto europeo Heat4u, guidato dalla Robur di Bergamo, leader mondiale nella costruzione di impianti per riscaldamento ad altissima efficienza.
e chi lamenta che non abbiamo costruito inutili e pericolose centrali nucleari (che tra 10 anni potrebbero produrre, forse, la metà dell'energia che si risparmierà col progetto citato sopra)

Qualche ora fa, ho segnalato su Twitter questo post di Luca, che – tornando sul tema dell’energia nucleare – si conclude con questa amara considerazione:
Potremmo dire che la nostra politica energetica pare avere alcune lacune. Lievi, del tipo che fra due giorni forse iniziano a razionare l’energia elettrica.
Una persona ha replicato: “è il male minore”, alludendo – immagino – ai rischi del nucleare.
Sono reazioni come questa ad averci fatto rinunciare anni fa all’energia nucleare, rinuncia confermata di recente. Forse però dovremmo metterci d’accordo su quale sia veramente la posta in palio per analizzare serenamente cosa rappresenti il male minore.
Cosa accadrebbe in caso di catastrofe nucleare lo sappiamo bene perché ce l’hanno raccontata centinaia di racconti e romanzi, decine di film e alcuni tragici eventi reali. Per par condicio, proviamo ogni tanto ad immaginare cosa accadrebbe se restassimo tutti senza gas.
Ad esempio questo.
Grande stima per Marco su mille cose, ma sull'energia non concordiamo per nulla (come già ai tempi del referendum sulla possibilità di raggiungere il quorum).